Il Solstizio d’Inverno e la Legge del Quaternario

di Giovanni D’Amico

Al 21 dicembre, solstizio di inverno, il Sole raggiunge il punto più basso sull’orizzonte nella sua marcia apparentemente retrograda, i giorni cominciano a crescere e la luce rinasce nel nostro emisfero. La corsa del sole è circolare e questo cerchio, chiamato eclittica, taglia il piano dell’equatore determinando i due equinozi. I solstizi corrispondono ai punti di intersezione tra l’eclittica ed i due tropici del Cancro e del Capricorno. Tali punti si possono determinare altresì tracciando una perpendicolare al centro della linea che unisce i punti equinoziali: il solstizio di estate segna il termine superiore della corsa del sole, ed il solstizio di inverno ne determina il termine inferiore.
Si ottiene così la celebre immagine del cerchio diviso in quattro quadranti dalla croce, che le tradizioni iniziatiche considerano come il geroglifico base dei fenomeni della vita.

 

Che leggiamo su questa figura?

 

Il braccio verticale della croce divide la circonferenza in due metà: una è la curva dell’ascensione, della salita e dello sviluppo della vita, inverno e primavera. L’altra è la curva della discesa, della scomparsa della vita, estate ed autunno.

Considerando il braccio orizzontale della croce, distinguiamo due altre semicirconferenze. Una corrisponde alla posizione del sole al di sopra dell’equatore: è il regno della luce (primavera ed estate). L’altra corrisponde ala posizione del sole al di sotto dell’equatore: è il regno delle tenebre (autunno ed inverno).

 

Non bisogna considerare come figure retoriche le espressioni regno della luce e regno delle tenebre: per un osservatore situato al Polo Nord o Sud, queste parole corrispondono alla realtà, poiché in tal caso l’anno è costituito da un giorno di sei mesi e da una notte di sei mesi. D’altro canto il moto del sole sull’eclittica si può applicare analogicamente ad ogni singolo giorno, dove gli equinozi corrispondono all’alba ed al tramonto, mentre i solstizi corrispondono a mezzogiorno e mezzanotte. Considerando infine simultaneamente le due braccia della croce, la corsa del sole si compone di un movimento a quattro tempi:

1° fase, dal solstizio d’inverno all’equinozio di primavera: è il dominio della creazione e della notte, dell’apparizione delle cose nel loro principio o nel loro germe, delle forze potenziali – l’inverno.

2° fase dall’equinozio al solstizio di estate: è il dominio della creazione e del giorno, dello sbocciare della vita, delle forze attive – la primavera.

3° fase dal solstizio di estate all’equinozio di autunno: è il dominio della distruzione e del giorno, della corruzione interiore delle forme create che declinano perché il principio di vita si ritira da esse nel momento in cui raggiungono l’apice dello splendore materiale – l’estate.

4° fase dall’equinozio al solstizio di inverno: è il dominio della distruzione e della notte, la scomparsa delle forme create, la cessazione delle manifestazioni della vita, la privazione e la morte – l’autunno[1]

 

Ciò vale non solamente per l’astronomia, bensì è l’espressione della legge generale secondo la quale il principio vitale, di cui il sole è una manifestazione, agisce nel mondo materiale. La forza di vita, se può seguire una linea dritta nel mondo spirituale, è obbligata a seguire un tragitto circolare nel regno della materia. D’altra parte, un movimento circolare appare come un movimento alterno a due tempi quando lo si proietta su un piano perpendicolare al piano del cerchio: questo è il punto di vista delle cosmogonie che fanno del binario la legge suprema che spiega il mondo. Appare come un movimento a quattro tempi quando lo si proietta su due piani perpendicolari tra di loro e perpendicolari al cerchio: noi lo consideriamo particolarmente sotto questo ultimo aspetto, che i filosofi chiamano quaternario universale e di cui la croce ne è il simbolo.

 

Tutte le vite individuali, tutte le istituzioni “terrene”, tutti i fenomeni psicologici umani sono ritmati secondo la legge del quaternario.

Le istituzioni sociali nascono nell’inverno degli uomini che lavorano nel mezzo delle tenebre e del freddo, talvolta sotto l’ignominia o la persecuzione, e che sono dei precursori rispetto alla loro epoca. In primavera, sbocciano nella gloria e nella forza portando l’adesione di tutti gli spiriti, e sembrano dover dominare per sempre nei secoli. Viene l’estate: sotto lo splendore delle forme esterne, dietro le manifestazioni di potere delle tradizioni, l’occhio del filosofo vede già dei segni di declino che l’uomo volgare non vede. Lo spirito di vita si allontana, le forme non si rinnovano più, si coagulano, ostacolano l’apparizione di nuove forme, la superstizione sostituisce la scienza e la fede. Allora, con l’autunno, appare la scura coorte dei distruttori: i funghi che soffocano i vegetali, i microbi che fanno perire i corpi viventi, i rivoluzionari che scalzano religioni e società. È l’ora dei cataclismi e dei sacrifici dove tutto marcia verso la rovina, la barbarie o la morte.

 

La stessa legge regge altrettanto bene il movimento delle nuvole dorate che scivolano sullo specchio interiore della coscienza e che chiamiamo sogni, credenze, amori, entusiasmi. L’uomo non incontra, al solstizio di estate, la prova faticosa delle disillusioni? Non apprende, al solstizio di inverno, che bisogna rinnovarsi per vivere ed accettare, come la Fenice, di morire per rinascere?

Così il movimento delle ruote cosmiche trascina dovunque le cose create su delle orbite fissate in anticipo, secondo il ritmo del quaternario universale. Ad ogni giro la potenza della vita passa da un punto che è come un solstizio di inverno che è il punto più basso del movimento, intendendo questa parola nel senso che può dargli la relatività universale delle cose.

 

Consideriamo con occhio attento questo punto singolare ed unico; proviamo a studiarlo, perché sostiene un ruolo essenziale nell’ eterno ciclo della vita. Non è senza ragioni profonde che gli uomini l’hanno segnato sul loro calendario come una data sacra, non è per caso che è stato lo strumento del più grande mistero che si sia avverato sulla Terra.

Nel movimento del sole, il solstizio di inverno segna il principio e la fine del ciclo compiuto dall’astro di vita, perché una circonferenza non è una linea chiusa che per l’occhio di un geometra. E’ il luogo da dove parte la forza creatrice ed il luogo dove finisce. È l’alfa e l’omega. E’ veramente l’ombelico del mondo.

Per questo punto, l’anno passato si salda all’anno futuro, il ciclo morente si collega al ciclo nascente e gli anelli successivi così legati formano la lunga, indefinita catena delle creazioni.

È il punto della nascita, o meglio, della rinascita: si muore su un piano, ci si risveglia su un altro piano. Se i nostri occhi terrestri vedono il solstizio di inverno sotto un aspetto scuro e terribile, la nostra vista spirituale ne discerne il suo splendore nello sfavillio della stella dei Magi.

E’ attraversando questa mistica porta di liberazione che la vita può superare costantemente la morte per animare delle forme nuove con mezzi nuovi, all’infinito.

 

Ma i giochi della Terra e del Sole, regolati dall’eterna Saggezza come il movimento di un orologio, sposi della Vita e della Materia, non sono loro stessi che un aspetto particolare del grande dramma cosmico dove si affrontano lo Spirito ed il Destino. Il soffio della vita è quello dello spirito che solo può creare, e la resistenza passiva ed ostinata della Materia viene da una sorgente più alta e più lontana della materia stessa.

È lo Spirito che, nel ciclo quaternario, innalza la Materia in mazzi di fiori ed in sublimi canti d’amore, per abbandonare poi la sua opera, fuggire e nascondersi nel più intimo delle cose, sotto l’azione costrittiva del Destino che lo scuoia, l’insegue e lo schiaccia con tutto il suo peso come per annientarlo. Ed è nel momento in cui lo Spirito sembra prostrato dal suo avversario che si apre la porta segreta simboleggiata dal solstizio di inverno che gli permette di passare su un altro piano e di ricominciare ad operare con il suo potere d’amore.

 

La dodicesima carta del Tarocco, l’Appeso, sta ad illustrare questo mistero. Tra due tronchi di alberi, che hanno ciascuno sei rami tagliati, si drizza una forca dove un giustiziato è appeso a testa in giù. La maggior parte dei Tarocchi dotano di una capigliatura bionda la testa di questa vittima per fare riconoscere in lui Febo, il dio Apollo, di cui il Sole è una forma.

In senso materiale, si può vedere in questa immagine il simbolo astronomico del solstizio di inverno dunque, poiché dipinge il Sole al suo punto più basso, appeso con la testa in giù, ed alla fine del suo dodicesimo mese di corsa, i dodici rami potati.

Ma Febo, o Apollo, non è solamente il Sole. È soprattutto la manifestazione dello Spirito, in modo tale che la 12° carta esprime l’idea dello spirito crocifisso dal potere del Destino o sacrificato al Destino, alla forza del male, diciamo a Saturno per restare nella mitologia greco-latina.

 

È esattamente ciò che voleva intendere Wagner con questo verso:

Il dio stesso (Wotan) è sottomesso al Destino[2].  Raffigura il punto dove lo Spirito, interamente spoglio delle sue vesti materiali, crocifisso, supera con il sacrificio la porta della morte e della rinascita per ritornare vittoriosamente nel mondo.

È superfluo far notare la somiglianza stretta che esiste tra queste tradizioni mitologiche e le rivelazioni dei mistici che consigliano all’individuo di passare dal crogiolo della rinuncia assoluta e della morte intellettuale per rinascere all’intelligenza della luce divina.

 

Sarebbe ancora più banale pretendere di attirare l’ attenzione sul simbolismo universale che offre la Natività di Cristo, realizzata al momento del solstizio di inverno in un presepio nudo, sotto la luce della stella dei Magi.

 

Piuttosto, poiché abbiamo rievocato fortuitamente le vecchie mitologie scandinave e germaniche che parlano di Wotan e dell’Anello del Nibelungo, ricordiamo che, sempre nelle antiche e rozze forme dell’Edda, le leggende si concatenano in modo da esprimere le stesse verità universali. Rielaborandole in una forma letteraria e musicale, Wagner non ha mancato di mostrare Wotan, che non può evitare di perire con tutti gli dei sotto i colpi del Destino, Crepuscolo degli Dei, Incendio del Walhalla, mentre i figli del desiderio segreto di Wotan, Sigfrido e Brunilde, le due nuove incarnazioni dello Spirito, avendo accettato in tutto il suo rigore il sacrificio delle loro personalità terrestri, liberano il mondo dalla maledizione che pesa su di esso e gli danno la libertà con l’amore:

“La razza degli dei è passata come un soffio; il mondo che abbandono è oramai senza maestro: i tesori della mia scienza divina, ne faccio parte all’universo. Né la ricchezza, né l’oro, né la grandezza degli dei; né casa, né dominio, né pompa di rango supremo; né i legami fallaci delle tristi convenzioni; né la rigorosa legge di una morale ipocrita; nel dolore come nella gioia, solo – ci rende felici – l’amore”[3]

 

Giovanni D’Amico

 

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[1] È bene notare che questo schema teorico delle variazioni della forza solare non corrisponde esattamente al ciclo delle quattro stagioni terrestri: le stagioni reali sono spostate un po’ in ritardo rispetto alle stagioni astronomiche perché nel mondo materiale occorre che un certo tempo passi prima che un fenomeno segua la causa che lo determina. Infatti il caldo più forte del giorno non si fa sentire a mezzogiorno (quando il sole passa al meridiano), ma dopo una o due ore; il mese più freddo dell’anno è generalmente Gennaio o Febbraio piuttosto che Dicembre, ecc. I fenomeni della vegetazione sono sottomessi agli stessi ritardi.

[2] Tetralogia dell’Anello del Nibelungo, atto III, scena III della Valchiria

[3] Il Crepuscolo degli dei, monologo finale di Brunilde.