ERMETE, NUME E NOMEN
Breve Saggio sull’Anatomia Iniziatica dell’Ermetista
di Mario Krejis
Introduzione:
Uno degli aspetti più significativi dell’Ermetismo è il suo costante riferimento all’Uno: non a un Dio antropomorfo, né a una Divinità personale modellata sui bisogni emotivi dell’uomo, ma il Principio inconoscibile che permea la Natura, sua Sposa divina, fecondandola con i semi vitali che moltiplicano la Vita nello spazio senza confini.
Ogni tentativo di raffigurare Dio, tradisce il bisogno dell’uomo di regolare il proprio modo di sentire sulle note di un’armonia cosmica. Invece l’Ermetismo non chiede di concepire Dio con l’immaginazione, ma di riconoscerne la reale presenza nell’esistenza dell’uomo.
In tal senso la fede non consiste semplicemente nell’adesione a un dogma, né può rappresentare un rifugio sul piano emotivo. Aver fede significa conoscere le verità dell’anima. È un atto pre-razionale e sovra-razionale insieme, che non necessita di prove, perchè si fonda su una certezza interiore: la Vita è reale, operante, sovrana. La Religione può esistere anche senza la fede; la fede autentica, invece, è sempre un’esperienza viva e di vita.
- Fede, Vita e Caos
La fede ermetica non ha nulla di consolatorio. Essa non promette salvezze esterne, né protezioni immaginarie. È il riconoscimento che la Vita è l’unico Dio reale e che ogni idea di Dio è un prodotto della mente, necessario finché l’uomo non è in grado di reggere l’assenza di immagini.
Dio non possiede attributi umani, non punisce, non premia, non parla al giusto disprezzando l’indegno. Dio non ha forma, non ha legge, non ha preferenze. È dovunque come Forza di Vita, nell’espansione e nella contrazione, nel movimento e nella stasi, nella nascita e nella dissoluzione.
Il Caos, tanto temuto dalla ragione, non è disordine ma ordine creativo. È la Legge profonda che governa il divenire. Ogni azione umana si sviluppa nel Caos e per il Caos, generando nuove configurazioni dell’essere.
La persona che tenta di dominare il Destino con la volontà o con l’energia mentale, fallisce sempre. Invece l’uomo che si accorda al ritmo della Vita, entra nel flusso delle Forze Creatrici.
Anima viva significa aver fede in sé stessi: non per superbia, ma perché la Vita si manifesta solo dove viene riconosciuta.
- Ermete/Mercurio: funzione di mediazione
In questo scenario si colloca l’Ermete. L’Ermete non è un dio nel senso profano del termine, è invece una funzione. Ermes, corrispondente al Mercurio latino, fu associato simbolicamente all’astuzia, alla rapidità, alla sottigliezza. Ma in ambito ermetico rappresenta la capacità penetrativa più elevata della psiche umana, il principio che rende comunicabili tutti i Piani dell’essere.
Ermete è il ponte, il trasduttore. È colui che traduce l’invisibile nel visibile. Per questo il Dio è androgino, instabile, imprendibile: non ha forma propria, ma assume la forma del recipiente che lo contiene. Senza l’Ermete, il Divino resterebbe puro Fuoco non assimilabile. Invece con l’Ermete ciò che è oltre la mente diviene intelligibile, senza per questo essere mai profanato.
III. L’Ermete come centro di coscienza
Affermare che un iniziato possiede un Ermete sviluppato non è una metafora poetica, ma un’affermazione tecnica. Significa che in lui è attivo un Centro di Coscienza Mercuriale capace di tenere insieme, senza confusione, umano e sovrumano, memoria incarnativa e presente, Tempo ed Eternità.
Questo Centro non coincide con l’Io. Al contrario l’Io deve progressivamente tacere, affinché l’Ermete possa manifestarsi senza distorsioni. L’Ermete utilizza gli stessi meccanismi psicosensoriali ordinari – pensiero, parola, immagine, scrittura – ma li svuota di intenzionalità personale. Non si tratta di trance, non è possessione, non è medianità. La differenza non consiste nel mezzo (mente), ma nella Sorgente.
- Il Dàimon: la voce dell’anima
La Tradizione Socratica chiamò Dàimon la forma più evoluta di espressione dell’interiorità umana. Per Socrate, il Dàimon era un intermediario tra mondo umano e mondo divino, un Genio che gli parlava attraverso una voce mentale, orientando il suo pensiero e la sua azione nel mondo.
L’Ermetismo riconosce in questa figura la manifestazione più evoluta dell’Ermete. Il Dàimon non è un’entità esterna. Nella prospettiva ermetica, la sua comparsa coincide infatti con la manifestazione dell’Anima Storica, risvegliata dal lungo lavoro di purificazione.
Il dialogo interiore non è uno sdoppiamento patologico della coscienza, ma una sua divisione funzionale. Attraverso il Dàimon, l’intelligenza umana inizia a percepire la realtà dal punto di vista dell’anima. Man mano poi che il lavoro iniziatico procede, la voce del Dàimon diviene più affidabile, più profonda, più veritiera. Finché giunge il momento decisivo, quando il Dàimon stesso deve tacere. Allora il Due si dissolve nell’Unità. E l’iniziato non è più il medium di sé stesso.
- Il Nume: Angelo incarnato e Uomo Storico
Al centro dell’antropologia ermetica si trova il Nume. Il Nume non è un archetipo psicologico, né un simbolo: è un Nucleo intelligente divino incarnato. In tal senso può anche essere definito Angelo (o Monade incarnata), purché il termine Angelo sia inteso come un’Intelligenza non umana applicata alla materia e all’esperienza di vita.
Il Nume trasforma l’esperienza in conoscenza essenziale, poco per volta divenendo consapevole della stessa coscienza dell’uomo. Gran parte del Nume è costituita dall’Uomo Storico, cioè dall’insieme di esperienze reincarnative sottratte al sepolcro inconscio, assorbite nell’anima e trasmutate in Luce Ermetica, cioè in conoscenza superiore. Il Nume non è quasi mai una creazione spontanea, ma è il prodotto dell’alchimista applicato alla sua trasmutazione.
Il Nume non è ugualmente sviluppato in tutti gli uomini. L’Ermetismo non ammette alcuna uguaglianza ontologica astratta: ciò che distingue gli esseri umani è il grado di maturazione e di autocoscienza dell’Anima Storica.
Le anime giovani devono attraversare numerose esperienze e incarnazioni, perché la Vita possa depositare in loro una prima struttura di senso. In tali anime il Nume è presente in forma germinale.
Le anime antiche, invece, derivano da una lunga sedimentazione di esperienze già sublimate. In esse il Nume è ben conformato, strutturato come un Nucleo intelligente in grado di integrarsi con la psiche dell’iniziato. Come ho detto, in genere quest’integrazione non è spontanea, ma si realizza attraverso i processi operativi dell’Alchimia.
Quella che ho descritto è però solo la prima parte dell’intero procedimento alchemico, che si propone la trasmutazione completa dell’iniziato e la sua divinizzazione.
Nelle anime più antiche, non iniziate all’Alchimia, il Nume può manifestarsi indirettamente tramite il Dàimon o l’Ermete, secondo una variabilità individuale che dipende proprio dall’anzianità dell’anima. Solo in un’anima antica, iniziata all’Alchimia, è possibile l’integrazione diretta e stabile del Nume con la coscienza dell’iniziato.
Dopo la morte, se il Nume è riuscito a carpire l’essenza di quell’anima, il processo di identificazione metafisica si compie. Allora l’uomo diviene consapevole di essere Dio, mentre il Dio del corpo assume in sé l’esperienza dell’uomo.
Nella vita successiva il Nume si reincarna, perfettamente integrato con l’Uomo Storico e col patrimonio cognitivo più recente. Il resto dell’essere umano si dissolve nel grembo della Madre Terra. L’evoluzione procede sempre inarrestabile, secondo le Leggi Naturali e senza eccezioni.
- Il Nomen
Secondo l’Ermetismo, ogni realtà del mondo spirituale possiede un nome. Il Nome non è una designazione convenzionale, ma l’identificazione di una Unità psico-spirituale sui vari i Piani dell’essere. Gli Egizi lo sapevano bene: cancellare il nome di un faraone dai templi e dalle rappresentazioni funerarie, equivaleva a condannare la sua anima alla completa dissoluzione.
La più grande maledizione, per un antico egizio, non era perdere la vita, ma il proprio Nome.
Il Nomen non è un nome rituale, né un titolo iniziatico. È piuttosto la risonanza unificata del Nume, quando l’integrazione alchemica è completa. Il Nume dunque è Sostanza, mentre il Nomen è il suo Sigillo (Sigillum Hermetis).
Il Nomen non è assegnato da alcuna autorità esterna. Solo il Nume può attribuire il Nomen all’iniziato. E ciò avviene esclusivamente quando il processo di integrazione ermetica si è concluso con successo.
Il Nomen è incomunicabile per sua natura.
Non può essere pronunciato da altri, né trascritto. La sua pronuncia infatti evocherebbe immediatamente l’Entità dell’iniziato, rendendolo vulnerabile lla volontà (o al capriccio) di qualsiasi operatore magico. Per tale ragione il Nomen è custodito gelosamente nel silenzio. L’Iniziato di Osiride non si limita a conoscere il suo Nomen, perchè egli stesso è il Nomen.
