
Il testo qui presentato si colloca all’interno di una tradizione che riconosce nell’esperienza della crisi non una semplice frattura esistenziale, ma una tappa necessaria del cammino iniziatico.
Attraverso immagini di oscillazione, caduta, spoliazione e risalita, il componimento descrive il progressivo dissolversi delle strutture mentali, delle convenzioni sociali e delle identificazioni costruite attorno ai valori transitori della materia. Ciò che appare inizialmente come instabilità e smarrimento si rivela progressivamente quale opportunità di purificazione e di ritorno all’essenziale.
Lungo questa traiettoria simbolica, la coscienza assume il ruolo del testimone che osserva il susseguirsi dei moti interiori senza identificarsi completamente con essi. La distruzione delle immagini consolidate del mondo e di sé stessi diviene allora il preludio a una più profonda rivelazione, in cui il vuoto si trasforma in pienezza e il silenzio lascia emergere la presenza del Mistero.
Il linguaggio utilizzato richiama alcuni temi centrali della tradizione ermetica e alchemica: la morte delle forme, la combustione delle illusioni, la ricerca del centro nascosto e il dialogo incessante tra l’umano e il divino. La nostalgia che attraversa i versi non esprime il desiderio di un possesso perduto, bensì il ricordo di una realtà originaria che continua a chiamare l’anima oltre i confini dell’apparenza.
In questa prospettiva, il testo si offre come una meditazione sul rapporto tra dissoluzione e rinascita, mostrando come ogni crollo delle certezze esteriori possa trasformarsi in un’occasione di risveglio e di riconnessione con la dimensione più autentica dell’essere.
La nostalgia dell’Amato
Nel movimento altalenante
di corde che salgono e discendono
fra gli anfratti della mente recalcitrante,
osservo, quale implacabile spettatore,
i moti di emozioni contrastanti:
dubbi che si insinuano come spine nella carne,
e fede che li sovrasta,
ascendendo verso le infinite possibilità
dell’inconoscibile.
E cado,
come un fantoccio catapultato al suolo,
nell’ennesima morte
di ciò che mi è stato imposto di credere.
Una dopo l’altra,
le vernici si scrostano,
lasciando esigui frammenti di colore
sullo specchio dell’anima arsa.
Ma la corda risale,
verso i lidi incontaminati del luogo segreto,
nel vuoto che si colma di pienezza,
nell’abbraccio del Dio che respira
e nuovamente si cela
dietro il suo enigmatico sorriso.
Vieni a me!
Il mio grido riecheggia
nel silenzio diafano
della dimensione senza suono;
ma inafferrabile permane la sua danza,
che promette e sussurra,
lasciando nel cuore
la nostalgia
di un amore ritrovato.
Il componimento descrive il percorso dell’anima attraverso le oscillazioni della coscienza, laddove le strutture mentali costruite dall’abitudine, dalle convenzioni e dalle certezze esteriori iniziano a incrinarsi sotto la pressione di una chiamata più profonda. Il movimento delle corde che salgono e scendono diviene simbolo del perpetuo alternarsi degli stati interiori, del ritmo universale che governa ogni manifestazione e che conduce l’essere umano dall’identificazione con la forma alla ricerca dell’essenza.
L’io osservante emerge come testimone dei moti contrastanti che attraversano la psiche. Dubbi e fede non appaiono come forze antagoniste, bensì come poli complementari di un medesimo processo di trasformazione. Il dubbio perfora le costruzioni rigide dell’intelletto, mentre la fede apre lo sguardo verso l’infinita possibilità dell’ignoto, là dove la ragione cessa di esercitare il proprio dominio.
La caduta rappresenta uno dei momenti centrali del testo. Essa non assume il significato di una sconfitta, ma di una necessaria dissoluzione. Ciò che precipita non è l’essenza dell’essere, bensì l’insieme delle convinzioni ereditate, delle immagini imposte dall’esterno e delle identificazioni costruite intorno ai valori della materia e dell’apparenza. Ogni crollo diviene così una morte simbolica, un atto di spoliazione che consente all’anima di liberarsi dagli involucri che ne limitano la percezione.
Particolarmente evocativa è l’immagine delle vernici che si scrostano. Le superfici colorate rimandano alle maschere sociali, ai ruoli e alle definizioni attraverso cui l’individuo tenta di rappresentarsi nel mondo. Quando tali strati vengono meno, emerge lo specchio dell’anima, segnato dal fuoco dell’esperienza ma finalmente capace di riflettere una verità più autentica. L’arsura non indica distruzione definitiva, bensì purificazione, come nel crogiolo alchemico che separa l’essenziale dal superfluo.
Dopo la discesa, il movimento si inverte e la corda risale verso il “luogo segreto”. Questo spazio simbolico richiama il centro invisibile dell’essere, la dimora interiore che rimane intatta oltre il mutare delle circostanze e delle forme. Qui il vuoto si rivela pienezza e il silenzio diviene linguaggio. È il paradosso mistico per eccellenza: solo quando le costruzioni dell’ego si svuotano, può manifestarsi una presenza più vasta.
La figura divina evocata nel testo non si presenta come una realtà da possedere o definire, ma come un mistero vivente che si mostra e si nasconde. Il suo sorriso enigmatico richiama il carattere ineffabile del Principio, che sfugge a ogni tentativo di cattura concettuale. L’invocazione dell’anima nasce allora dal desiderio di ricongiungersi a quella sorgente originaria che continuamente si lascia intuire senza mai essere completamente afferrata.
Particolarmente significativa appare la presenza di un Divino che si manifesta e si ritrae, lasciando nell’anima una tensione irrisolta tra presenza e assenza. Tale immagine richiama la tradizione mistica della “Notte Oscura” descritta da San Giovanni della Croce, nella quale Dio sembra nascondersi non per allontanarsi dall’essere umano, ma per attirarlo verso una ricerca più pura e ardente. L’apparente silenzio del Principio non coincide con la sua assenza; esso rappresenta piuttosto una modalità sottile della sua presenza, che sottraendosi alle percezioni abituali invita l’anima a oltrepassare le immagini, le aspettative e le consolazioni sensibili.
In questa prospettiva, il nascondimento divino assume un valore iniziatico. Il Mistero si vela affinché il desiderio si intensifichi, affinché la nostalgia si trasformi in aspirazione e l’aspirazione in conoscenza interiore. Il Dio che sorride enigmaticamente e sfugge alla presa dell’intelletto non nega la propria vicinanza, ma conduce l’anima verso una forma più elevata di unione, nella quale la ricerca stessa diviene parte integrante della rivelazione.
E in armonia con queste strofe appare il verso finale della poesia, perché la “nostalgia di un amore ritrovato” diventa il segno della presenza nascosta dell’Amato: più Egli sembra allontanarsi, più accende nell’anima il fuoco della ricerca, fino a trasformare la mancanza apparente in uno strumento di avvicinamento alla sorgente originaria. È una delle grandi chiavi comuni alla mistica cristiana, all’ermetismo e alla tradizione alchemica: il Deus Absconditus, il Dio nascosto che si cela per essere cercato e, infine, riconosciuto nel santuario più intimo del cuore.
L’ultima immagine della nostalgia assume un significato profondamente iniziatico. Non si tratta della nostalgia per qualcosa di perduto nel tempo, ma del richiamo di una memoria ancestrale custodita nel profondo dell’essere. È il ricordo di una condizione originaria di unità che l’anima percepisce come familiare pur non riuscendo a descriverla pienamente. In tale prospettiva, l’intero componimento si configura come il racconto di una progressiva liberazione dalle strutture convenzionali e dalle imposizioni della materia, affinché possa emergere la dimensione più autentica e universale dell’essere.
L’opera si muove così tra morte e rinascita, tra dissoluzione e ricomposizione, seguendo il ritmo delle grandi trasformazioni spirituali. Ciò che viene abbandonato appartiene al mondo delle forme transitorie; ciò che viene ritrovato appartiene invece a una realtà più profonda, silenziosa e permanente che attende di essere riconosciuta oltre ogni apparenza.
Caterina Mucci