Ho deciso di intitolare “Miscellanea Hermetica” una raccolta di brevi articoli, che si propongono di mettere a confronto l’Ermetismo con altre Dottrine che tentano di spiegare il significato della vita, la natura dell’uomo e il suo ruolo nel mondo.

Ho privilegiato il concetto di modernità, scegliendo temi di attualità per dimostrare che l’Ermetismo non è una conoscenza vetusta e superstiziosa, destinata a essere relegata in qualche vecchio trattato di Magia o di Alchimia medievale.

Al contrario, le moderne teorie della Fisica, della Biologia e della Psicologia sembrano confermare molte conclusioni a cui giunsero, migliaia di anni fa, i nostri antenati egizi, che scrutavano il Cielo stellato esplorando l’Universo con gli occhi dell’anima.

Parlerò di Biocentrismo e di Fisica Quantistica illustrando, il più chiaramente possibile, le tesi antropologiche di umanisti e scienziati contemporanei del calibro di Freud, Jung ed Evola.

Ho dedicato un breve dialogo immaginario a William Blake e alle sue meravigliose poesie, che aprono allo studioso uno straordinario orizzonte sull’evoluzione spirituale dell’uomo, mostrando sorprendenti affinità con l’Ermetismo e con l’Alchimia.

Ho aggiunto un minuscolo saggio sull’anatomia iniziatica dell’ermetista e sul significato dell’Ermete e del Nomen, al fine di facilitare la comprensione di concetti basilari, spesso fraintesi o ignorati.

Infine ho cercato di sintetizzare, il più chiaramente possibile e senza indulgere in inutili analisi, qual è stata l’evoluzione dell’Ermetismo italiano nel corso del novecento, dall’entrata in scena di Giuliano Kremmerz sino ad oggi.

Credo si tratti di argomenti abbastanza interessanti, a condizione che il lettore sia attratto dai temi della Spiritualità. In caso contrario, la loro lettura potrebbe risultare noiosa.

Per chi invece guarda all’Ermetismo e all’Alchimia con interesse, pur nel timore che si tratti solo di leggende o di metafore, gli articoli che seguono potranno essere motivo di stimolo e d’incoraggiamento.

Ricordo che i testi che compongono quest’antologia, saranno pubblicati periodicamente sul sito della Società Ermetica (www.societa-ermetica.it). Ne darò avviso sulla mia pagina Facebook. Il primo articolo avrà come titolo: “Biocentrismo ed Ermetismo”.

Auguro a tutti una chiara e proficua lettura, sperando che qualche lettore abbia quesiti da porre o dubbi da esplicitare. Ciò servirebbe a migliorare la conoscenza e la consapevolezza di tutti.

 

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MISCELLANEA HERMETICA

di Mario Krejis

 

1. BIOCENTRISMO ED ERMETISMO

 

INTRODUZIONE

Ogni epoca elabora una propria immagine del mondo, e insieme a essa una certa idea dell’uomo. Quando quest’immagine comincia a incrinarsi, non è mai soltanto una costruzione teorica a entrare in crisi, ma un equilibrio più profondo, che tocca il modo stesso in cui l’essere umano si percepisce, si orienta e attribuisce un senso alla propria esperienza.

Le grandi trasformazioni del pensiero non sono mai indolori, perché costringono a rimettere in discussione tutto ciò che, fino a qualche tempo prima, appariva ovvio e indiscutibile.

Il nostro tempo vive una di queste fratture. Il paradigma materialistico, che per oltre due secoli ha dominato la scena scientifica e culturale, mostra segni sempre più evidenti di insufficienza. La Materia, un tempo considerata il fondamento di ogni realtà, si rivela sfuggente; la coscienza, relegata a semplice sottoprodotto di processi neurochimici, riemerge come un problema centrale, non eliminabile, non riducibile. Non si tratta di una crisi ideologica, ma di una difficoltà strutturale del pensiero, non più in grado di spiegare ciò che esso stesso pretende di comprendere.

È in questo spazio di tensione che prende forma il Biocentrismo, come tentativo di riorientare radicalmente il rapporto tra la vita, la coscienza e il mondo. L’idea che la realtà non sia un dato oggettivo, indipendente dall’osservatore, ma che emerga in relazione ai processi della vita e della percezione, rappresenta una svolta significativa, un passaggio che segna il superamento definitivo di un materialismo ormai insostenibile.

Tuttavia, ogni volta che la riflessione scientifica si avvicina al tema della coscienza, si arresta davanti a un limite che non è solo metodologico, ma ontologico: può infatti descriverne gli effetti, ma non può investigare ciò che la coscienza è realmente, né ciò che essa può diventare.

È proprio su tale limite che si apre una dimensione molto antica, eppure sorprendentemente attuale. L’Ermetismo non nasce come un’alternativa alla scienza, né come rifugio irrazionale dinanzi alle difficoltà del pensiero moderno, ma come Disciplina della Conoscenza che assume, fin dall’inizio, una semplice verità, anche se inizialmente osservata con scetticismo o derisa: “Non esiste sapere che non coinvolga l’essere di chi conosce.”

Il concetto è abbastanza chiaro. La conoscenza, quando è reale, non si limita a spiegare la realtà, ma trasforma colui che la studia e l’analizza.

Lo scopo di quest’articolo non è un tentativo di conciliazione forzata tra due diverse concezioni, ma un chiarimento su due diversi ambiti: da un lato una visione scientifica, che riconosce finalmente la centralità della coscienza; dall’altro una Via Iniziatica, che da tempo immemorabile considera la coscienza non come una proprietà del cervello, ma come un obiettivo da realizzare con i mezzi che la Tradizione mette a disposizione dell’iniziato.

Tra questi due poli si apre una soglia di comprensione che non può essere attraversata senza una presa di coscienza determinante.

Quest’articolo non intende fornire risposte definitive, né offrire consolazioni metafisiche. Si rivolge a chi avverte che il problema della coscienza non può essere risolto restando uguali a sé stessi, e che ogni autentico avanzamento nella conoscenza comporta un lavoro, una verifica e una profonda trasformazione. Tutto il resto, per quanto elegante sia, resta solo teoria.

 

 

IL BIOCENTRISMO

 Per lungo tempo la scienza moderna è partita dal presupposto che la realtà fosse un dato oggettivo, completamente indipendente dall’atto di osservarla. Questa impostazione, che ha garantito risultati straordinari sul piano tecnico e applicativo, si fondava su un presupposto preciso: la convinzione che il mondo esiste “in quanto tale” prescindendo dalla presenza di un soggetto che lo osserva, lo misura o lo interpreta. La coscienza, in tale quadro, era tollerata come un fenomeno collaterale, utile alla sopravvivenza dell’organismo, ma priva di un reale peso ontologico.

Tale equilibrio ha cominciato a incrinarsi quando la scienza è stata costretta a confrontarsi con i propri limiti interni. La Fisica del Novecento, e in particolare la Meccanica Quantistica, ha infatti introdotto un elemento di discontinuità che non poteva essere ignorato: l’osservatore non è esterno al fenomeno, ma partecipa alla sua definizione. Pertanto l’atto di osservare non si limita a registrare una realtà esistente, ma contribuisce a determinarne la realizzazione.

Da quel momento in poi, l’idea di una realtà indipendente dalla coscienza ha cessato di essere sostenibile senza ricorrere a forzature concettuali.

Questo fermento di studi e di nuove prospettive, non si manifesta improvvisamente, né può essere attribuito a un singolo autore. Esso attraversa il pensiero scientifico del novecento come una frattura progressiva, che si approfondisce man mano che il problema della coscienza diventa impossibile da eludere.

Già in ambito fisico e biologico, alcune figure centrali avevano intuito che il riduzionismo materialista non era in grado di rendere conto del fenomeno della Vita e dell’esperienza cosciente, senza cadere in contraddizioni sempre più evidenti.

È in tale contesto che si collocano le riflessioni di Erwin Schrödinger (1887-1961) il quale, interrogandosi sulla natura della Vita, giunse a riconoscere l’insufficienza di una spiegazione puramente meccanicistica. La sua domanda non riguardava soltanto i processi biologici, ma il paradosso di una coscienza che pretende di spiegare sé stessa come un semplice prodotto della materia, senza riconoscere che ogni spiegazione è già in sé stessa un atto cosciente.

Su questa linea si innestano nel tempo ulteriori sviluppi, fino a giungere alle formulazioni esplicite del Biocentrismo contemporaneo, in particolare attraverso il lavoro di Robert Lanza (12956-2023). In tale prospettiva, la Vita non è più considerata un accidente dell’Universo, ma il principio attraverso cui l’Universo stesso diventa conoscibile.

Dunque la realtà non precede l’esperienza, ma emerge con essa; Spazio e Tempo non sono assoluti, bensì modalità percettive; la coscienza, a sua volta, non è un sottoprodotto marginale, ma un fattore strutturale del mondo così come lo conosciamo.

Accanto a queste posizioni, altre riflessioni, provenienti dalla Fisica teorica, hanno contribuito a incrinare definitivamente l’idea di un Universo impersonale e indipendente dall’osservatore. Il concetto di “Universo partecipativo” mostra come l’atto dell’osservazione non è un semplice evento secondario, ma un elemento costitutivo della realtà stessa.

Non si tratta di affermare che il mondo è creato arbitrariamente dalla mente, ma di riconoscere che senza un osservatore non vi è alcun mondo di cui si possa parlare.

È in questo contesto culturale che matura il Biocentrismo, come risposta a una crisi reale del paradigma materialistico. La sua tesi di fondo è tanto semplice quanto destabilizzante: la vita e la coscienza non possono essere considerate come effetti secondari di una materia inerte, perché tutto ciò che conosciamo del mondo proviene sempre e solo da processi vitali e percettivi. Parlare di una realtà “in quanto tale”, completamente sganciata dall’esperienza, diventa allora un’astrazione priva di riscontro.

Secondo tale prospettiva, ciò che chiamiamo Spazio e Tempo non sono più considerati dei contenitori assoluti, all’interno dei quali gli eventi si dispongono in modo oggettivo, ma strumenti cognitivi cui la mente organizza l’esperienza. La realtà non viene dunque negata, ma riconsiderata come un evento relazionale, come qualcosa che emerge dall’interazione tra un osservatore vivente e ciò che viene osservato.

In tal senso, il Biocentrismo non afferma che la realtà è una mera illusione soggettiva, ma che il mondo, così come lo conosciamo, è inseparabile dalle condizioni dell’essere vivente che lo percepisce.

Questa impostazione si riflette in diverse riflessioni del pensiero scientifico contemporaneo, là dove si riconosce che l’Universo non può più essere descritto come una macchina impersonale, ma come un fenomeno nel quale l’informazione, la percezione e la partecipazione dell’osservatore giocano un ruolo decisivo.

L’idea di un Universo partecipativo, in cui la realtà prende forma attraverso l’atto stesso dell’osservazione, segna un punto di non ritorno rispetto alle estreme semplificazioni del materialismo classico.

Il valore del Biocentrismo risiede proprio in questo: nell’aver riportato la coscienza al centro del discorso scientifico, senza ricorrere a spiegazioni spiritualistiche o metafisiche, nel senso tradizionale del termine. Esso rappresenta un passaggio culturale importante, perché costringe a riconoscere che il problema della coscienza non può più essere eluso, senza compromettere la coerenza complessiva del sapere.

E tuttavia, proprio nel momento in cui il Biocentrismo compie questo passo decisivo, emerge anche il suo limite intrinseco. Parlare di coscienza in senso generale non equivale a comprenderne la struttura, i complessi livelli, le infinite possibilità di trasformazione. L’osservatore, nella visione biocentrica, resta una figura teorica: necessario al modello, ma non interrogato nella sua realtà interiore.

Nel Biocentrismo si riconosce che la coscienza è fondamentale, ma non ci si chiede che tipo di coscienza sia in gioco, né se tutte le forme di coscienza abbiano lo stesso valore conoscitivo.

Questo limite non è un errore, ma una conseguenza diretta del metodo scientifico, che può descrivere fenomeni, correlazioni ed effetti, ma non può trasformare il soggetto che osserva. La scienza può indicare un principio, ma non insegnare come svilupparlo. Ed è proprio in questo punto che il Biocentrismo, lungi dall’essere una conclusione, si rivela per ciò che realmente è: un segnale importante, l’indicazione di una direzione che non può essere percorsa restando sul piano teorico.

La domanda che il Biocentrismo pone – ma che non può risolvere, senza uscire dal proprio ambito- è allora inevitabile: se la coscienza è centrale, se la realtà dipende in qualche modo dall’osservatore, che cosa significa lavorare sulla coscienza stessa?

È possibile parlare di conoscenza, senza indagare sulle qualità dell’essere che conosce? È su questo interrogativo, ancora sospeso, che si apre lo spazio di un confronto più radicale, nel quale la questione della coscienza non viene solo posta in evidenza, ma soprattutto assunta come problema da risolvere.

LA “COSCIENZA” NELL’ERMETISMO

Quando si parla di Ermetismo, il primo equivoco da sciogliere è quello che lo riduce a un insieme di Dottrine Esoteriche, di simbolismi astrusi o di Tradizioni sopravvissute a secoli di storia. Una simile lettura, oltre a essere superficiale, ne fraintende la natura più profonda.

L’Ermetismo non nasce come un sistema di credenze, né come una semplice filosofia speculativa, ma come disciplina della conoscenza, che pone al centro una constatazione tanto semplice quanto radicale: non esiste un sapere che non coinvolga colui che conosce. La conoscenza, quando è reale, non si limita a descrivere il mondo, ma agisce su colui che lo indaga modificandone profondamente l’assetto interiore.

In questa prospettiva, la coscienza non è una funzione accessoria dell’organismo, ma il luogo stesso in cui la realtà si manifesta. Tuttavia, a differenza di molte formulazioni moderne, l’Ermetismo non considera la coscienza come un dato indifferenziato. Non tutte le forme di coscienza sono equivalenti, né tutte possiedono lo stesso valore conoscitivo.

L’uomo ordinario vive identificato con ciò che chiama “Io”, un centro instabile costruito sull’abitudine, sulla memoria e sulla reattività emotiva. Questo Io è necessario alla vita pratica, ma non è il soggetto della conoscenza profonda. Esso interpreta, reagisce, si difende, ma non percepisce correttamente la realtà.

L’Ermetismo parte da questo punto, affermando che la coscienza in grado di conoscere non coincide con l’Io abituale, ma emerge attraverso un lavoro progressivo di disidentificazione e di integrazione.

Conoscere non significa accumulare informazioni, ma modificare il proprio stato di coscienza. In tal senso la coscienza non dev’essere semplicemente riconosciuta come parametro fondamentale, ma dev’essere adeguatamente edificata. Essa è il risultato di un’opera di paziente lavoro su sé stessi, non è mai un presupposto.

Il lavoro ermetico non va confuso con un semplice miglioramento morale, né con una forma di perfezionamento psicologico. Non mira a rendere l’uomo “migliore” secondo criteri etici o sociali, ma più reale, più equilibrato e più presente a sé stesso.

L’Ermetismo non sublima l’Io, ma ne ridimensiona la pretesa centralità, sottraendolo al ruolo di padrone dell’esperienza. Questo processo non è simbolico nel senso riduttivo del termine, ma concreto e verificabile. Chi non cambia, non conosce; e chi non conosce, si ostina a voler interpretare il mondo.

In questa cornice si colloca la concezione ermetica dell’uomo, come essere strutturato su più livelli. Il corpo fisico non esaurisce la realtà dell’individuo, ma è solo il suo livello più denso e accessibile. La Tradizione ha poi parlato di una dimensione intermedia, di un Corpo sottile o veicolo psichico (Corpo Lunare), che funge da ponte tra la percezione sensibile e i livelli più profondi dell’esperienza.

Al di là delle terminologie, ciò che conta è il riconoscimento di una struttura dell’essere che non può essere ridotta ai soli processi biologici. Tale struttura non è oggetto di fede, ma di esperienza. Si tratta però di un’esperienza che non può essere improvvisata. Richiede disciplina, attenzione e un lavoro costante sul modo in cui l’uomo percepisce, reagisce e s’identifica.

È qui che l’Ermetismo si distingue nettamente da ogni altra forma di Spiritualismo: non promette stati superiori, ma chiede un impegno reale e continuativo che può durare tutta la vita. Si lavora su sé stessi e si cambia. Inoltre, cambiando la propria visione interiore, anche il modo di considerare la realtà si modifica, nel senso di una maggiore astrazione della coscienza che sempre più tende a identificarsi con la Causa Prima (Dio) da cui tutto discende.

Nell’Ermetismo la conoscenza non è concessa, ma conquistata. E il prezzo da pagare è sempre interiore, cioè il sacrificio consapevole della propria personalità.

Un ruolo centrale, in questo processo, è svolto dal simbolo. Nell’Ermetismo il simbolo non è una immagine inutile, bensì costituisce un linguaggio operativo, capace di agire là dove la conoscenza intellettuale si arresta. Il simbolo infatti non spiega, ma mette in movimento le forze dell’anima; non definisce nulla, però apre uno essenziale spiraglio di conoscenza.

Il simbolo non è destinato a essere interpretato dall’Io, ma a essere interiorizzato da una mente che ha già iniziato il proprio lavoro di trasformazione. Per questo motivo il linguaggio ermetico appare spesso oscuro a chi lo affronta con un atteggiamento puramente intellettuale: non perché manchi di chiarezza, ma perché richiede un soggetto diverso, trasformato dal lavoro iniziatico e con una particolare capacità penetrativa (Ermete).

Anche le categorie di Tempo e Spazio, così centrali nel dibattito scientifico contemporaneo, vengono riconsiderate in questa prospettiva. Esse non sono negate, ma ricondotte alla loro radice esperienziale. Il Tempo non è soltanto una successione cronologica di eventi, ma una modalità della coscienza; lo Spazio non è solo estensione, ma relazione.

Modificare il proprio rapporto con il Tempo e con lo Spazio, significa modificare la propria relazione con la realtà. Ciò non avviene attraverso una riformulazione teorica, ma grazie a un cambiamento del modo di essere presenti all’esperienza.

Da tutto ciò deriva una conseguenza che per l’Ermetismo è fondamentale: la conoscenza comporta sempre delle responsabilità. Se è vero che la realtà dipende, almeno in parte, dalla qualità della coscienza di chi osserva, allora ogni ampliamento di consapevolezza implica un aumento di responsabilità, più che di potere.

Ciò implica che chi vede di più, non può più sottrarsi alle proprie responsabilità. Non esiste una conoscenza innocente, perché ogni comprensione reale modifica il rapporto dell’uomo con sé stesso e col mondo.

In questo senso l’Ermetismo non si pone come alternativa alla scienza, né come sua negazione. Piuttosto ne riconosce il valore, ma ne individua il limite intrinseco. La scienza può indicare una porta, ma non insegnare come fare ad attraversarla. Essa può riconoscere la centralità della coscienza, ma non può lavorare su di essa. È qui che l’Ermetismo assume il suo ruolo specifico, che non è quello di spiegare ulteriormente il mondo, ma di trasformare profondamente l’uomo che lo osserva.

DAL SAPERE ALLA METAFISICA

Il confronto tra Biocentrismo ed Ermetismo non può arrestarsi al piano della conoscenza, così come viene intesa nel pensiero moderno. Se così fosse, l’Ermetismo apparirebbe come una semplice espressione simbolica di intuizioni già presenti nella scienza contemporanea, una sorta di linguaggio poetico applicato a problemi metodologici ancora irrisolti. Una simile lettura, tuttavia, ne tradirebbe il nucleo più profondo. Il punto di divergenza reale non riguarda soltanto il metodo o il linguaggio, ma l’orizzonte ultimo entro cui viene concepito il destino della coscienza.

Il Biocentrismo, pur riconoscendo alla coscienza un ruolo fondamentale nella costituzione della realtà, rimane interamente inscritto nel perimetro dell’esperienza fenomenica. La coscienza è ciò che rende possibile il mondo così come lo conosciamo, ma non viene mai interrogata nella sua eventuale autonomia rispetto ai processi biologici che la veicolano.

Anche quando si spinge a ipotizzare che Spazio e Tempo siano costrutti della mente, il Biocentrismo evita accuratamente di formulare una tesi sulla sopravvivenza del soggetto oltre i limiti dell’esistenza corporea. Questo silenzio non è una carenza, ma è la conseguenza del metodo scientifico, che può descrivere correlazioni, ma non può affermare continuità metafisiche non verificabili con i propri strumenti.

L’Ermetismo, invece, si muove fin dall’inizio su un piano diverso. Non perché rifiuti la razionalità o l’esperienza, ma perché assume come dato fondamentale la continuità dell’essere oltre le forme contingenti attraverso cui si manifesta.

Nell’orizzonte ermetico, la conoscenza non è soltanto un atto che illumina il mondo, ma un processo che incide sulla struttura stessa di colui che conosce, rendendolo progressivamente meno dipendente dalle condizioni transitorie dell’esistenza sensibile (Separazione).

A tal punto bisogna introdurre un ulteriore elemento che caratterizza l’Ermetismo: la fede, intesa non in senso confessionale o dogmatico, ma come presa d’atto della dimensione sovra-fenomenica.

L’Ermetismo afferma che il Principio conoscente non si esaurisce con la dissoluzione del corpo, perché ciò che viene trasformato attraverso l’Opera Ermetica non è l’Io psicologico, ma un centro più profondo, (Corpo Mercuriale) capace di attraversare stati interiori, mondi e livelli della realtà. Quest’affermazione non nasce da una speculazione astratta, ma da un’esperienza iniziatica concreta e reiterata testimoniata, in centinaia di anni, in forme e linguaggi diversi.

In questa prospettiva, il reale non si limita al mondo sensibile e misurabile. Esistono Dimensioni della realtà che non sono “altrove” in senso spaziale, ma possono diventare accessibili a una coscienza che abbia modificato il suo assetto percettivo.

Parlare di Mondi sottili, di Stati Intermedi o di Dimensioni invisibili non significa introdurre nella concezione scientifica elementi fantastici, ma riconoscere che la realtà è stratificata e che ogni livello richiede un organo di conoscenza adeguato.

È qui che la pratica assume un ruolo decisivo. L’Ermetismo non chiede di credere alla sopravvivenza come a un articolo di fede imposto dall’esterno, ma propone un cammino in cui tale continuità diventa progressivamente evidente per chi lavora su sé stesso.

La conoscenza del reale, e dei livelli che lo trascendono, non è separabile dalla trasformazione di chi conosce. Senza pratica, ogni discorso metafisico resta vuoto; e senza un orizzonte metafisico, la stessa pratica perde la sua direzione.

Per tale ragione l’Ermetismo può essere considerato una scienza soggettiva (Kremmerz), perché di ogni sua legge cerca la conferma nello sperimentatore. L’Athanor del processo di ascesi è insomma il corpo stesso dell’iniziato.

Il Biocentrismo, da questo punto di vista, rappresenta un passo avanti importante, ma incompleto. Esso riconosce che la coscienza è costitutiva della realtà, ma non può affermare che la coscienza sopravviva alla realtà che conosce.

L’Ermetismo compie un passo ulteriore, assumendosi un rischio che la scienza, per metodo, non può correre: affermare che ciò che conosce il mondo, può continuare a conoscerlo anche oltre le forme attuali dell’esistenza, purché abbia acquisito una consistenza reale attraverso l’Opera Ermetica.

Questa differenza non è conciliabile attraverso formule di compromesso. Essa segna il passaggio dalla soglia epistemologica alla soglia metafisica. Là dove il Biocentrismo riformula il problema della conoscenza, l’Ermetismo precisa il problema dell’essere umano. Là dove il primo si arresta davanti alla domanda sul destino della coscienza, il secondo risponde non con una teoria, ma con una precisa Via da seguire.

Da questo punto di vista, il confronto tra Biocentrismo ed Ermetismo non conduce a una sintesi unitaria. Il Biocentrismo auspica una revisione profonda del rapporto tra mente e mondo; l’Ermetismo invita invece a proseguire il cammino, accettando le conseguenze ultime di ciò che si è intravisto. Tra le due concezioni non vi è opposizione, ma una relazione profonda che non può essere ignorata senza impoverire entrambe.

L’ANIMA, I CORPI DELL’UOMO E LA CONTINUITÀ DELLA VITA

Quando l’Ermetismo affronta il tema dell’anima e della sua possibile sopravvivenza dopo la morte, non lo fa nei termini di una persistenza indistinta dell’individuo.

L’idea che “qualcosa” sopravviva automaticamente alla dissoluzione del corpo appartiene a una visione consolatoria, non certo iniziatica. La questione, per l’Ermetismo, è più rigorosa e insieme più complessa: la continuità dell’essere dipende dalla struttura che l’anima è riuscita a darsi (e che l’uomo le ha consentito di avere) nel corso dell’esistenza.

L’essere umano non rappresenta un’unità compatta, ma una molteplicità instabile di pensieri, emozioni e desideri, che si succedono senza che esista un Centro di coscienza che li unifichi. In tale condizione, ciò che definiamo generalmente “anima” è prevalentemente una funzione reattiva alle impressioni del mondo, capace di riflettere e risuonare, ma priva di consistenza autonoma. La Tradizione Ermetica designa tale livello con il termine di Corpo Lunare.

Il Corpo Lunare è il primo veicolo dell’esperienza. È legato alla vita psichica, all’immaginazione, alla memoria emotiva, al flusso delle rappresentazioni interiori. Senza il Corpo Lunare non vi sarebbe esperienza, ma esso -da solo- non garantisce alcuna continuità di coscienza.

È infatti mutevole, dissolubile, soggetto alle stesse leggi di trasformazione che regolano la vita organica. Se l’esistenza si esaurisse a questo livello, parlare di vera sopravvivenza non avrebbe senso: vi sarebbe solo una lenta e progressiva dispersione fluidica (Seconda Morte).

Il lavoro iniziatico comincia proprio qui: non negando l’importanza del Corpo Lunare, ma individuandolo e ristrutturandolo. Attraverso la disciplina, l’attenzione e le pratiche ermetiche, corroborate da un uso secolare, l’anima può sottrarsi alla pura reattività emotivo-sensoriale e acquisire una prima forma di coerenza. Da tale processo nasce ciò che l’Ermetismo chiama Corpo Mercuriale.

Mercurio è il principio della mediazione, del passaggio, della coscienza che si muove consapevolmente tra i livelli dell’esperienza. Il Corpo Mercuriale è già un veicolo più stabile: non si limita a subire la realtà esterna, ma la penetra con intenzionalità.

È a questo livello che diventa sensato parlare di continuità della vita, oltre una singola esistenza. La Reincarnazione, nella prospettiva ermetica, non significa la ripetizione meccanica di un’identità personale, né il ritorno di un Io immutato in nuovi corpi. È invece la continuazione di un processo ben determinato: solo ciò che è stato ben organizzato, reso coerente e stabile, può trovare nuove condizioni di espressione, nuovi stati di aggregazione della materia vivente, nuovi veicoli attraverso cui proseguire il proprio cammino evolutivo. La vita non si interrompe mai, ma cambia forma; la coscienza non si annulla, ma si riarticola secondo il grado di struttura e di compattezza che ha raggiunto durante la vita.

Tuttavia, anche il Corpo Mercuriale resta un veicolo di transizione. Esso consente il passaggio, la continuità, la memoria profonda dell’esperienza, ma non rappresenta la realizzazione. La vera Meta dell’Opera Ermetica (e dell’Alchimia) è la formazione di ciò che la Tradizione indica col nome di Corpo Solare.

Non si tratta di un simbolo poetico, ma del nome che si attribuisce a una precisa realtà spirituale: un Centro unificato di coscienza, stabile e non più soggetto alle fluttuazioni dell’Io e della psiche ordinaria.

Il Corpo Solare non si forma per accumulo di conoscenze, ma è il prodotto della trasformazione dell’iniziato. Esso rappresenta ciò che nell’uomo può definirsi “Sé” nel senso più vero del termine. È tale Centro infatti che, secondo l’Ermetismo, può affrontare i mutamenti, gli spazi inter-dimensionali e la dissoluzione del corpo fisico senza perdere la propria identità.

Parlare di sopravvivenza, senza aver prima compreso tale processo, equivale a programmare un viaggio senza aver trovato ancora un mezzo di trasporto.

Da tal punto di vista, l’Ermetismo si dimostra per ciò che realmente è: una Metafisica operativa. Esso non descrive Mondi ultraterreni per soddisfare la curiosità dell’intelletto, ma produce stati interiori accessibili solo a una coscienza che abbia acquisito forma e consistenza.

I Mondi, le Dimensioni invisibili, i diversi Piani della realtà non sono luoghi da immaginare, ma livelli di esperienza, che si aprono alla coscienza in funzione di ciò che di stabile e imperituro l’uomo ha costruito in sé.

Il Biocentrismo, da questo punto di vista, può giungere a riconoscere che la coscienza è fondamentale nella costituzione della realtà, ma non può affrontare il problema della ristrutturazione della coscienza stessa. L’Ermetismo colma invece questo vuoto, mostrando che la centralità della coscienza non ha senso, se non si distingue tra coscienza evanescente e coscienza organizzata, tra vita psichica e l’essere reale che vive nel mondo.

La responsabilità che ne deriva è evidente. Non tutto ciò che vive nell’uomo è destinato a durare. Solo ciò che viene unificato, stabilizzato e reso coerente attraverso le pratiche ermetiche può aspirare a una continuità oltre le forme contingenti dell’esistenza.

In tal senso l’Ermetismo non promette l’immortalità, ma insegna a diventare mortali nel senso più alto del termine, cioè capaci di attraversare la morte senza dissolversi.

CHIUSURA

Ogni sapere che tocchi la coscienza costringe l’uomo a interrogarsi sul proprio destino. Il Biocentrismo ha avuto il merito di riportare la vita e la coscienza al centro del discorso, mostrando che la realtà non è estranea all’uomo, ma prende forma nella sua relazione con l’osservatore. Tuttavia riconoscere questa centralità è solo l’inizio.

L’Ermetismo va oltre, perché afferma che la coscienza non è soltanto ciò che conosce il mondo, ma che essa stessa può diventare il mondo, attraversarlo, superarlo e conservarne la memoria. L’anima, lasciata a sé stessa, resta Lunare e si dissolve dopo la morte; ben strutturata diventa Mercuriale e continua a evolvere nelle vite successive; realizzata compiutamente, grazie all’Alchimia, diviene Solare e sopravvive integra (Stato di Nume).

Questo mio scritto non offre certezze da accettare, ma un insegnamento da verificare nella propria esperienza. Suggerisce che la Vita non si esaurisce in una singola forma corporea, che l’esistenza può proseguire in nuovi corpi e in nuovi stati della materia vivente, e che oltre tale continuità si apre la possibilità di una stabilità più alta in altre Dimensioni.

Ma nulla di ciò è garantito. Tutto dipende dal lavoro che ciascuno è disposto a compiere su di sé. La conoscenza, quando è autentica, costruisce sempre qualcosa d’importante. E ciò che viene realmente edificato non va perduto, ma conduce verso nuove esperienze, portando con sé la traccia indelebile di ciò che è già stato conquistato.

 

 

BIBLIOGRAFIA COMMENTATA

 

1. Biocentrismo, fisica e crisi del materialismo

Robert Lanza: Biocentrism: How Life and Consciousness Are the Keys to Understanding the True Nature of the Universe; BenBella Books, 2009

Opera fondamentale del Biocentrismo contemporaneo. Lanza propone una revisione radicale del paradigma scientifico, ponendo la vita e la coscienza non come prodotti marginali dell’Universo, ma come condizioni necessarie affinché l’Universo stesso divenga conoscibile. Il valore del testo, nel contesto di questo articolo, risiede nell’aver portato il problema della coscienza al centro del discorso scientifico, pur restando entro i limiti metodologici della scienza.

Robert Lanza (con Bob Berman): Biocentrismo: l’Universo, la coscienza, la nuova teoria del tutto. Edizioni “Il Saggiatore” – Milano 2015

Che cosa c’era prima del Big Bang? Perché l’Universo sembra costruito su misura per l’uomo? Se chiudiamo gli occhi, l’Universo esiste ancora? “Biocentrismo” offre delle risposte: ciò che percepiamo come realtà non è che il prodotto della coscienza. È la creatura biologica a modellare il racconto. Solo quando la materia diviene cosciente di sé e comincia a osservare l’esistente, l’Universo muta la propria natura: dallo stato indeterminato di probabilità, come definito dalla Fisica Quantistica, a quello di misteriosa e concreta presenza.

Erwin Schrödinger: What Is Life? Cambridge University Press, 1944

Testo classico e ancora sorprendentemente attuale. Schrödinger affronta il problema della vita da un punto di vista fisico, ma giunge inevitabilmente a toccare il nodo della coscienza e dell’unità dell’esperienza. Pur non essendo un testo “biocentrico” in senso stretto, rappresenta una delle prime crepe consapevoli nel riduzionismo materialista, e una tappa essenziale per comprendere la genesi del dibattito contemporaneo.

John Archibald Wheeler: Law Without LawThe Participatory Universe (Saggi vari) (1967)

Wheeler introduce l’idea di un Universo partecipativo, nel quale l’osservatore non è un elemento accidentale, ma una componente costitutiva della realtà. Il suo contributo è fondamentale per comprendere come la fisica del Novecento abbia progressivamente abbandonato l’idea di un mondo completamente indipendente dalla coscienza, aprendo la strada a prospettive come il Biocentrismo.

2. Coscienza, mente e realtà

David Chalmers: The Conscious Mind. Oxford University Press, 1996

Chalmers formalizza il cosiddetto “hard problem of consciousness”, mostrando l’impossibilità di ridurre l’esperienza soggettiva a una spiegazione puramente fisica. Il suo lavoro è rilevante perché dimostra, dall’interno della filosofia analitica, il fallimento dei tentativi riduzionisti e la necessità di un cambio di paradigma.

Thomas Nagel: Mind and Cosmos. Oxford University Press, 2012

Nagel critica apertamente il neo-darwinismo materialista, sostenendo che esso non è in grado di spiegare l’emergere della coscienza, della razionalità e dei valori. Il testo è importante perché mostra come la crisi del materialismo non sia soltanto una questione “esoterica” o marginale, ma attraversi anche il pensiero filosofico più rigoroso.

3. Ermetismo, metafisica e via iniziatica

Corpus Hermeticum. Tradizioni greco-egizie: vari Curatori

Fondamento testuale dell’Ermetismo occidentale. I Dialoghi attribuiti a Ermete Trismegisto pongono fin dall’inizio la conoscenza come trasformazione dell’essere e introducono una visione complessa della realtà e dell’uomo, in cui la coscienza è chiamata a riconoscere la propria origine e il proprio destino.

Giuliano Kremmerz: La Scienza dei Magi – Edizioni Mediterranee, Roma 1975 – La Porta Ermetica: Edizioni Mediterranee- Roma 2000.

Figura centrale dell’Ermetismo operativo moderno italiano. Kremmerz riafferma con forza il carattere pratico, non dogmatico, della Tradizione ermetica, distinguendo nettamente tra Spiritualismo, Occultismo e autentica Via Iniziatica. Il suo pensiero è essenziale per comprendere l’Ermetismo come disciplina dell’essere e non come semplice sistema di credenze.

Cisaria Ugo: La Sapienza Arcana dei Numi (Vol. 1 e 2). Edizioni Ermenia Soros, Bari 2015

Ugo Cisaria, poeta e iniziato, è stato uno dei maggiori esponenti dell’Ermetismo italiano del novecento. Successore morale di Giuliano Kremmerz, fu illustre esponente dell’Ordine Osirideo Egizio ed esperto riconosciuto di Alchimia Spirituale, nella sua parte dottrinaria e operativa.

René Guénon: Introduzione allo studio delle dottrine indùL’uomo e il suo divenire secondo il Vedānta

Pur non appartenendo all’Ermetismo in senso stretto, Guénon offre strumenti concettuali rigorosi per comprendere la nozione di stati dell’essere e di Metafisica come conoscenza principiale. Il suo contributo è utile per collocare l’Ermetismo in un orizzonte tradizionale più ampio.

4. Riferimenti impliciti e continuità iniziatica

Il presente saggio si pone in continuità con una Tradizione iniziatica che non si limita unicamente a fonti scritte. Molti dei temi affrontati nel testo, come la costruzione dei Corpi Sottili, la continuità della coscienza e la Reincarnazione, appartengono a un patrimonio sapienziale che è presente, sia pure in forma diversa, nella Tradizione egizia, ellenistica, neoplatonica e orientale.

In tal senso, la Bibliografia non va intesa in senso esaustivo, ma come direzione da seguire per un corretto approfondimento dell’argomento: un insieme di utili riferimenti, che possono guidare il lettore verso un lavoro personale di verifica, di studio e, soprattutto, di trasformazione.

Opere di Mario Krejis

“Thsecundia Ibis – Ermetismo e Alchimia – Dialoghi sull’Alchimia – Ermetismo scienza dell’Anima – Verso il Cielo Stellato.”

Le Opere di Mario Krejis sono la fonte principale della visione ermetica sviluppata in questo Saggio. In essi l’Ermetismo non è presentato come semplice ripetizione, sia pure in salsa diversa, della Dottrina tradizionale, ma come Via Operativa centrata sulla trasformazione dell’uomo, sulla costruzione progressiva dei Corpi Interiori e sulla continuità della coscienza oltre le forme contingenti dell’esistenza.

Particolare rilievo assumono i “Dialoghi sull’Ermetismo”, nei quali la conoscenza è trasmessa attraverso una forma discorsiva e dialogica, che riflette la dinamica reale del rapporto Maestro–Discepolo, evitando sia l’astrazione accademica che il dogmatismo esoterico.

L’Ermetismo di Mario Krejis si colloca consapevolmente nel solco della Tradizione occidentale, ma dialoga apertamente con le acquisizioni della scienza contemporanea, in particolare dove riconosce il ruolo centrale della coscienza nella costituzione della realtà.

È in questo senso che il confronto con il Biocentrismo non assume mai un carattere polemico, ma funziona come una cartina di tornasole per distinguere tra una centralità della coscienza ancora teorica, e una centralità assunta come Meta finale del percorso iniziatico.

I testi di Mario Krejis non pretendono di essere esaustivi, ma si propongono di adattare l’Ermetismo al contesto contemporaneo, sottraendolo sia al folklore occultistico che alla stereotipizzazione intellettuale. Essi costituiscono non una fonte tra le altre, ma la linea di riferimento principale entro cui il confronto tra Biocentrismo ed Ermetismo trova il proprio significato.

 

FINE