Come riconoscere un’anima antica

di Mario Krejis

PARTE I 

 

Vi sono persone che trascorrono la vita come se fossero appena nate. Osservano le mille sfaccettature della realtà, le desiderano, le conquistano o ne sono conquistati. Vivono immerse negli eventi, nelle piccole e grandi passioni quotidiane, dove sembrano trovare la misura completa della loro esistenza.

Si tratta di individui adeguati all’epoca nella quale vivono. Appartengono alla famiglia, alla professione, all’ambiente sociale. In un certo senso sono figli della superficie e spesso, proprio per tale ragione, appaiono decisi e vincenti.

Altri invece, pur vivendo nello stesso ambiente, sembrano appartenere a una dimensione diversa. Non necessariamente sono più intelligenti dei primi.  A volte non hanno neppure una memoria brillante, una capacità logica superiore, un particolare talento matematico, e non sempre raggiungono il successo.

Anzi sembrano impacciati, persino nelle situazioni più banali. Possono dimenticare date, distrarsi e perdersi in pensieri inutili. A volte sembra che indugino nel silenzio o che si ritirino quando sarebbe più conveniente combattere; oppure cedono, quando sarebbe più giusto per loro imporsi.

Ciò nonostante esiste in loro qualcosa di unico e di particolare. Non si tratta di una qualità psichica, della ricerca di potere o di semplice vanagloria, come in certi esoteristi da salotto, pronti a credersi la reincarnazione di grandi sacerdoti egizi, di maghi caldei, di cavalieri templari o di famosi faraoni.

In certi uomini esiste però una diversa profondità, una risonanza più ampia, una sensibilità che non si limita a registrare gli eventi della vita, ma li interiorizza lasciandoli cadere in una zona profonda dell’inconscio dove si mescolano a memorie antiche, a impressioni sepolte o a immagini non ancora divenute pensiero.

Costoro potrebbero essere considerati delle anime antiche, anche se riconoscerne i segni non autorizza nessuno a ritenersi tale.

Incarnare un’anima antica non comporta alcuna superiorità individuale, nè rappresenta un passaporto per l’iniziazione. Indica semplicemente una possibilità, forse una chiamata. Può significare l’esistenza di un’antica ferita, di un debito karmico, di un peso che si porta dentro senza conoscerne l’origine.

Un’anima antica si riconosce dal modo in cui soffre, sogna, ama e ricorda, pur senza essere cosciente di ricordare. E soprattutto dal modo in cui, lentamente, impara ad ascoltare le sue stesse storie.

 

  • L’intelligenza di un’Anima Antica

Molti immaginano che un’anima antica debba incarnarsi in una persona dotata di facoltà mentali straordinarie: un filosofo, un matematico, un artista, uno scienziato o un Mago capace di dominare gli altri con la forza del pensiero.

Ciò può talvolta accadere, ma non è la regola.

Un’anima antica non si manifesta nell’intelligenza cerebrale, nella rapidità di calcolo, nella memoria scolastica, nella capacità dialettica o nel successo sociale.

Anzi, a volte sembra servirsi del cervello solo in parte. Il cervello è per lei un semplice strumento, non il centro assoluto della coscienza. Un’anima antica usa la mente solo per esprimersi, perché essa non nasce dall’attività cerebrale.

Si tratta di una distinzione importante. L’uomo ordinario tende a identificarsi con i suoi pensieri, con la sua storia personale, con l’educazione, con le sue opinioni e col suo piccolo archivio di esperienze recenti. L’anima antica, invece, sembra muoversi in un ambito molto più ampio.

In essa il pensiero razionale non è abolito, ma relativizzato: non è il padrone di casa, ma svolge funzioni di “segretario” o di interprete spesso incerto. La vera intelligenza di un’anima antica non consiste nella capacità di analizzare qualcosa, ma nella grandezza del proprio orizzonte interiore.

Essa non si limita a osservare l’oggetto, ma ne percepisce il campo. Non si ferma ad ascoltare le parole, ma ne coglie il tono nascosto; mai giudicando l’azione in quanto tale, ma cercando di percepirne la vibrazione profonda.

Un uomo così fatto non sempre sa spiegare ciò che sente: però lo sente, e spesso lo intuisce prima che il pensiero si formi. Perciò può apparire contraddittorio: nel senso che da un lato sembra distratto, impacciato e poco competitivo; dall’altro manifesta dei lampi di comprensione, intuizioni profonde ed esprime giudizi che non provengono dal semplice ragionamento, ma da una conoscenza diversa.

In altri termini, è come se in quell’essere vi fosse una memoria antica. Non si tratta di una memoria strutturata, di un album fotografico delle vite precedenti, ma di una massa oscura e informe, nella quale impressioni, esperienze, dolori, amori e paure si sono depositati una vita dopo l’altra, come tanti strati geologici. Il cervello si limita a ricevere, a ordinare e a tradurre. Però la sorgente di quei pensieri è altrove.

 

  • La memoria profonda

L’anima antica possiede uno strano rapporto con la memoria cerebrale.

Può non ricordare avvenimenti recenti. Può dimenticare particolari quotidiani: nomi, date, dettagli banali. Può aver bisogno di concentrarsi, per ricostruire ciò che ha fatto il giorno prima; per ricordare un nome, una conversazione e per collocare qualsiasi episodio in una sequenza temporale.

Non si tratta di aterosclerosi precoce o di disturbi cognitivi. Però questi segnali non devono neppure essere mitizzati. Sarebbe un errore trasformare qualsiasi dimenticanza in un indizio spirituale.

Occorre essere prudenti nel valutare: potrebbe trattarsi di stress, di semplice distrazione, di ansia o di qualche problema di salute. Confondere ciò con i segnali di un’anima antica sarebbe una sciocchezza, e anche una forma di irresponsabilità.

Dal punto di vista ermetico, si tratta di un fenomeno interessante. Alcuni uomini sembrano dimenticare con facilità ciò che non li coinvolge intimamente. È come se gli eventi della vita scivolassero su di loro, come l’acqua su una pietra levigata. Non perché siano insensibili, ma perché il loro centro di registrazione non coincide con la memoria ordinaria.

Essi dimenticano ciò che accade nella vita comune, ma ricordano benissimo ciò che li ha toccati nell’intimo: una frase udita anni prima, uno sguardo, un sogno, un dolore antico o un incontro in apparenza insignificante, capace però di aprire un varco nella loro interiorità. Si tratta di emozioni insolite, percepite non sempre in forma chiara, ma come tonalità interiori e atmosfere incerte.

La memoria di un’anima antica non è cronologica, ma analogica. Non procede seguendo il calendario, ma secondo un Principio di Risonanza. Essa non immagazzina qualsiasi cosa, ma solo ciò che per lei ha un valore simbolico. Non registra solo ciò che accade, ma il significato profondo di quell’accadimento.

Si tratta di è una differenza capitale. La persona comune ricorda per utilità; l’anima antica ricorda per affinità. La prima conserva ciò che le serve per vivere, la seconda ciò che risuona profondamente nell’anima.

Ecco perché il passato recente può apparire confuso, mentre un’immagine remota o una ferita infantile resta viva per decenni. Non sono ricordi nel senso comune del termine, ma semi sepolti. E talvolta, anche dopo molti anni, quei semi possono germogliare.

Rifletta il lettore su queste parole. Potrà così intuire l’intima ragione dell’Oblio. Non importa quale siano stati il ruolo sociale e le vicende umane della persona: dopo la morte l’esperienza passata sarà cancellata, ma il suo significato essenziale permarrà integro, come patrimonio energetico e informazionale del germe psichico destinato a reincarnarsi.

 

  • Il Distacco

Un altro segno suggestivo di un’anima antica è il modo di comportarsi nelle contese della vita. Vi sono persone che, di fronte a una provocazione, reagiscono immediatamente: si difendono, attaccano, rispondono colpo su colpo; interpretano ogni offesa come una minaccia, valutando ogni sconfitta come una diminuzione del proprio valore. In loro l’Ego è ben saldo, anche se solo in apparenza.

Al contrario, l’uomo con un’anima antica esita: non perché sia debole, ma per il fatto che una parte di lui sa (o ricorda) che la polemica non merita il prezzo richiesto. Egli può cedere dinanzi a un avversario prepotente, a un superiore invadente o a un familiare possessivo. Può persino apparire eccessivamente conciliante o rinunciatario.

Però non sempre si tratta di vera debolezza, ma di un distacco non ancora consapevole. Un’anima antica sente, senza saperlo, che molte battaglie sono prive di valore. È come se sapesse che il prevalere in una discussione, o l’umiliare un avversario, sarebbero solo vittorie del loro piccolo Ego.

Naturalmente anche in tal caso occorre essere prudenti. Non ogni rinuncia è saggezza e non ogni passività è distacco. Esistono la paura, l’insicurezza, la dipendenza o l’incapacità di affermarsi. L’anima antica non deve usare la Spiritualità come un alibi per non vivere, per non scegliere e per non difendersi.

Il vero distacco non è mai codardia, ma è libertà. E la libertà si riconosce dal fatto che l’uomo può agire o non agire, parlare o tacere, opporsi o cedere: non per paura, ma per senso di equilibrio e di giustizia.

Tuttavia l’uomo con un’anima antica, prima di diventare cosciente, può confondere il distacco con la resa. A volte crede di essere un debole, ma la verità è che è stanco di vecchie battaglie. Teme di non saper combattere, ma la ragione della sua esitazione è che forse ha già combattuto abbastanza in altre vite.

Talvolta l’uomo con un’anima antica può sentirsi inferiore, ma il vero motivo è che il suo Centro Spirituale non trova nutrimento nelle vittorie comuni. Pur tuttavia deve imparare a capire. Il Cammino Ermetico non privilegia uomini evanescenti, sentimentali e incapaci di vivere nel mondo. Al contrario pretende uomini centrati, capaci di amare e di decidere, di accogliere e di rifiutare.

L’anima antica non è destinata a fuggire dalla vita, ma a trasformarla con la sua volontà e la sua dedizione.

 

  • Sensibilità, empatia e cuore

Un’’anima antica è spesso latrice di una sensibilità profonda, non sempre riconoscibile. Non parlo di una sensibilità esteriore, lacrimosa e compiaciuta di sé stessa; o di qualcuno che si commuove dinanzi a un tramonto, per poi tornare cinque minuti dopo all’indifferenza di sempre; nè mi riferisco al vuoto sentimentalismo, caricatura del vero amore, ma a una sensibilità più intima e più segreta.

Quando l’uomo con un’anima antica ascolta il suo interlocutore, non solo lo comprende, ma soprattutto lo percepisce. Avverte la sua sofferenza, riconosce le sue menzogne, la sua paura e la sua richiesta d’amore, anche quando l’altro la nasconde. Egli sente, dietro le sue parole, una vibrazione sottile.

Naturalmente può sbagliare: intuizione non è sinonimo di infallibilità. Tuttavia esiste in lui la tendenza spontanea a penetrare nell’interiorità del suo interlocutore, a coglierne l’essenza, partecipando empaticamente al suo destino. Una tale sensibilità non è un dono facile da tollerare, perché può diventare un peso, generando confusione e dolore.

A volte l’anima antica può percepire il suo interlocutore troppo intensamente e lasciarsi devastare da sentimenti che non le appartengono. Può faticare a distinguere il suo stato interiore da quello dell’ambiente dove si trova; o uscire esausta da una lunga conversazione, da un incontro acceso o da un ambiente saturo di forze squilibrate.

Insomma il suo mondo emozionale è complesso e vicino alla superficie della coscienza. Non è però superficiale nel senso comune del termine, ma in senso etimologico: ossia è prossimo alla superficie e pronto a emergere. In lui l’emozione affiora rapidamente, perché la distanza tra cuore e coscienza è minore.

L’anima antica “ragiona col cuore” e col sentimento. Qui bisogna che il lettore comprenda che ragionare col cuore non significa essere irrazionali, ma che in certuni pensiero e sentimento non sono potenze separate.

Un’anima antica non ragiona freddamente, lasciando che il suo cuore pianga altrove. In essa il pensiero è colorato di sentimento e il sentimento possiede quasi una sua intelligenza (vedi: “L’intelligenza del Cuore” in Tshecundia Ibis).

Quindi la ragione, quando è separata dal cuore, diventa calcolo, egoismo, strategia e persino dominio. D’altra parte il sentimento, se è diviso dalla ragione, può provocare confusione e dipendenza o decadere nel sentimentalismo.

Quando però ragione e sentimento agiscono insieme, nasce una forma più alta di discernimento: un’intelligenza calda, una lucidità amorevole e un vedere che non distrugge ciò che osserva. Per tale ragione un’anima antica tende sempre, se non è deformata da traumi o da deviazioni egoiche, verso il Bene.

Non si tratta del Bene moralistico codificato nei precetti delle Religioni confessionali, ma del Bene inteso come equilibrio dell’essere, come armonia e forza propulsiva di evoluzione; cioè come un movimento che unifica; a differenza del Male, che al contrario divide, irrigidisce e separa. Il Bene, per un’anima antica, non è mai una regola imposta, ma una profonda nostalgia di centralità e di equilibrio.

 

  • Il Sogno Simbolico

Tra i segnali più rilevanti che caratterizzano un’anima antica, dev’essere ricordata la vita onirica. Non tutti i sogni hanno valore iniziatico. Molti sono semplici scariche psichiche. Altri traducono lo stato fisico, l’equilibrio neurovegetativo, digestivo o emotivo. Altri ancora riprendono avvenimenti recenti e li riorganizzano in forma confusa.

Esistono però anche sogni simbolici, che non sembrano riflettere eventi della vita, ma provenire da una regione profonda della psiche: sogni nei quali appaiono luoghi sconosciuti che sembrano familiari; figure archetipiche, animali, templi, acque, grotte, città antiche, maestri senza volto, donne velate o stanze segrete.

Questi sogni non devono essere interpretati con leggerezza. Il linguaggio del sogno simbolico non è quello letterale. Non basta pensare: “acqua uguale inconscio; serpente uguale energia; casa uguale personalità”.

Tali corrispondenze possono aiutare, ma rischiano di diventare una grammatica morta, specie se non sono vivificate dall’esperienza interiore. Il sogno simbolico dev’essere ascoltato nel silenzio e non violentato da un’interpretazione forzata.

Bisogna lasciarlo sedimentare, ritornarvi con pazienza e domandarsi il suo vero significato, osservando quali emozioni ha prodotto, quali immagini ha lasciato nella memoria e quali risonanze emotive ha richiamato.

Alcuni sogni si comprendono dopo anni. Altri non si comprenderanno mai, avendo agito sulla struttura più profonda della coscienza. Un’anima antica sogna spesso, perché l’Uomo Storico cerca di aprirsi un varco.

Il sogno diviene allora una fenditura nella parete della coscienza. Da essa può filtrare un avvertimento, un ricordo, un’indicazione, una correzione di rotta. Non sempre in modo chiaro, ma spesso in forma enigmatica. Ciò perché l’anima non parla il linguaggio comune, ma si esprime per immagini, analogie e simboli.

Il sogno è una delle prime scuole del discepolo ermetista, perché insegna che l’uomo, quando sogna, non coincide quasi mai con ciò che pensa di sé stesso da sveglio.

 

  • L’Assorbimento Contemplativo

Una delle caratteristiche dell’uomo con un’anima antica è la sua capacità di astrarsi. Alcuni individui, davanti a un paesaggio, a una musica, a una luce particolare o a un silenzio possono essere in un certo senso sottratti al mondo circostante.

Non si tratta di una semplice distrazione. È come se qualcosa, dal di fuori, toccasse una corda più intima e se quella corda cominciasse a vibrare.

In quei brevi momenti il tempo sembra arrestarsi, il rumore del mondo si attenua e la mente comune arretra. L’uomo non osserva solo un paesaggio, ma è come se entrasse a farne parte. Quando ascolta una musica, ne è profondamente coinvolto.

Tale fenomeno, se autentico, ha notevole valore. Potremmo considerarlo una forma spontanea di “contemplazione”. Non è ancora una meditazione disciplinata, una vera pratica ermetica, ma indica in ogni caso una predisposizione naturale all’apertura interiore.

Un’anima antica ha spesso la tendenza a essere rapita, non in senso fantastico ma operativo: cioè portata altrove. Il mondo esterno diventa così un simbolo. Il visibile si fende e l’apparenza lascia intravedere un Principio nascosto, cioè l’essenza profonda che la sottende.

È evidente che anche in tal caso occorre misura. Non ogni fantasia significa contemplazione, così come la fuga mentale non indica sempre un’elevazione spirituale. Molti si perdono nei propri sogni, ma solo perché non sanno vivere nella realtà.

Altri invece, proprio attraverso il sogno e la contemplazione, ricevono i primi segnali di una realtà più grande nella quale sono sollecitati a entrare.

 

 

PARTE II

 

  • La Voce Interiore

Tra i segni più particolari e anche più “rischiosi” da interpretare, vi è l’emergere nell’iniziato di una voce interiore. Ne ho parlato più volte nei miei libri e in numerosi articoli. Non mi riferisco ovviamente alla voce in senso acustico, ma a parole percepite mentalmente, a frasi e a pensieri che affiorano improvvisamente: pensieri tra i pensieri, che sembrano provenire da una fonte diversa dalla normale coscienza.

Un esempio fra tutti: un uomo cammina per la strada. Incontra una persona aggressiva, un nemico che lo insulta. Sente salirgli il sangue alla testa e prova l’impulso quasi infrenabile di affrontarlo.  È sicuro di essere più forte, più deciso e capace di non soccombere. Insomma, è pronto all’azione. Ma proprio mentre sta per scagliarsi contro l’avversario, nella sua mente sorge un pensiero improvviso, irritante e fastidioso: “Lascia perdere, non ne vale la pena!”

Egli potrebbe fraintendere quelle parole e pensare che il suo Ego ferito lo rimproveri: “Hai paura… Sei un vigliacco!” Allora, per dimostrare di non essere un debole, andrebbe con rabbia allo scontro, provocando danni a sé stesso e ad altri.

Se invece ascoltasse quel consiglio, comprenderebbe che non si trattava della voce della paura, ma del discernimento.

La sua non era codardia, ma il ricordo di antiche esperienze dolorose; non era la ragione (zittita dall’orgoglio!), ma una razionalità più profonda, nata da dolori già sofferti e da un buonsenso non ancora divenuto consapevolezza.

La voce interiore, nell’uomo comune, non educato ermeticamente, è sporadica e confusa. Nell’iniziato può invece trasformarsi in un vero e proprio dialogo interiore.

In alcune Scuole Ermetiche, s’insegna a sviluppare un rapporto continuo con la propria interiorità, ponendosi delle domande e attendendo pazientemente le risposte.

In seguito, con l’esperienza, l’iniziato imparerà a distinguere tra paura, desiderio, suggestione e una vera ispirazione superiore. È un lavoro lungo e difficile, nel quale occorre perseverare senza scoraggiarsi, perché l’essere umano mente a sé stesso con straordinaria abilità. Può scambiare per voce dell’anima ciò che è solo un capriccio; o per intuizione ciò che è soltanto una proiezione di desideri rimossi.

Ci vuole tempo, disciplina interiore e soprattutto silenzio.

La voce dell’anima, quando è autentica, non lusinga, non ipertrofizza l’ego e non sussurra mai: “Sei grande, sei speciale, sei un eletto!”  Più spesso invece sussurra: “Aspetta, non reagire, correggiti!” La voce dell’anima è un filo di Luce nel buio dell’ignoranza.

 

  • L’illusione dei falsi Maestri

A questo punto devo affrontare un tema inevitabile: i falsi Maestri. Ogni ambiente spirituale ne produce molti e ogni Tradizione li annovera.

La nostra epoca, poi, li moltiplica con impressionante facilità. Basta un video, un canale YouTube, una parolina antica pronunciata con voce austera, magari con un paio di simboli egizi sullo sfondo….  e voilà: ecco il Maestro!

Vi sono uomini di “grande carisma” che passano con disinvoltura dalla Magia Ermetica a quella Etrusca, dalla Sapienza Egizia alle Tecniche Osiridee, dall’Alchimia alla Cabala, dalla Cabala agli extraterrestri, dagli extraterrestri alla Fisica Quantistica…  e tutto nello spazio di una conferenza e mezza!…

Questi sapientoni sanno tutto, parlano di tutto, insegnano praticamente tutto. E proprio per questo, il più delle volte, non hanno realizzato nulla.

Un Maestro non ha bisogno di proclamarsi tale. Non cerca pubblicità e non seduce il candidato con false lusinghe. Non sentenzia mai: “Sei un’anima antica, sei pronto per l’Opera Alchemica”.

Chi fa queste affermazioni con disinvoltura, è un ingenuo o un soggetto pericoloso. Lusingare spiritualmente un candidato è una forma sottile di violenza, perché alimenta la sua vanità senza facilitarne la trasformazione. Gli offre un’identità immaginaria, invece di una disciplina reale, facendolo sentire speciale prima che abbia imparato a tacere, a servire e a purificare sé stesso.

Al contrario un vero Maestro, ammesso (e non concesso) che si incontri, sarebbe infinitamente più prudente. Se anche intuisse in un discepolo la presenza di un’anima antica, difficilmente lo rivelerebbe: non per cattiveria, ma per spirito di giustizia. Tacerebbe per non illuderlo, per evitare di nutrire il suo orgoglio, trasformando una possibilità concreta in un’inutile maschera.

La Strada Ermetica può riuscire a trasformare l’iniziato, ma può anche (più spesso) fallire. Non basta possedere un’anima antica. Non basta fare voli pindarici con la fantasia, ascoltare voci interiori o commuoversi dinanzi ai simboli della Tradizione.

Non basta amare l’Egitto, Hermes, Iside, Osiride, la Grande Opera, la Pietra Filosofale, il Sole, la Luna e tutti gli alfabeti sacri della Tradizione. L’Opera Ermetica richiede un consenso profondo e incondizionato di tutto l’essere.

Se l’Anima Storica non aderisce, se le Forze interiori non si dispongono secondo un ordine preciso e coordinato dall’Alto; se la volontà dell’iniziato non matura, se il suo cuore non si purifica e il suo Ego continua a cercare il potere, nulla di vero accadrà, anche se quel Maestro fosse un Dio nella carne (evenienza in vero improbabile). La trasformazione non s’impone dall’esterno, ma si suscita e si protegge con una vita esemplare. Sempre però l’intero processo deve avvenire nell’uomo.

 

  • L’Anima Antica e il pericolo della megalomania.

Vi è poi un altro pericolo. Un’anima antica esprime una grande complessità rispetto all’uomo comune: una maggiore profondità, una maggiore memoria storica. Tuttavia, proprio per tale motivo, è esposta a molte deviazioni.

L’idea di grandezza è una tentazione terribile. In particolare quando un uomo comincia a sospettare di avere in sé qualcosa di vero e di antico, può cadere in una trappola.

Può sentirsi un essere superiore e considerare gli altri come anime giovani, e perciò inferiori e inconsapevoli. Può così costruire, intorno alla sua persona, una piccola mitologia personale, trasformando l’iniziazione in una sorta di autobiografia eroica.

Questa è la caduta più comune e anche la più ridicola. Chi è davvero antico, non ha bisogno di proclamarsi tale, esattamente come un albero non ha bisogno di mostrare la sua età: la reca incisa nella corteccia, nelle radici, nella capacità di resistere al vento.

L’anima antica non si riconosce dalla superbia, ma dal senso di responsabilità. Essa sa (o inizia a capire), che ogni vera conoscenza comporta un peso e che ogni intuizione richiede una precisa verifica. Si rende conto che ciò che sembra un dono, può diventare puro veleno, se l’Io se ne appropria.

Per tale ragione un vero Maestro, all’inizio della strada, non conferma mai nulla al discepolo. Si limita a osservarlo, mettendolo alla prova. Attende pazientemente, per verificare se il suo interesse sia genuino e resista al tempo, alle delusioni, alle sconfitte e alla solitudine. E solo in caso positivo, comincia a trasmettergli un insegnamento concreto.

Non qualche strepitoso segreto, concesso teatralmente come una password per l’altro mondo. Il Maestro deve limitarsi a trasmettere i rudimenti dell’Arte: osservare, tacere, sognare, amare, volere e non mentire mai a sé stessi. Questi sono i primi gradini, ma per molti iniziandi possono diventare più alti di una montagna.

 

  • Il “Piccolo Arcano” e le fantasie dell’Occultismo

In certi ambienti iniziatici si parla spesso di un Piccolo e Grande Arcano, di formule perdute, di segreti indicibili e di pratiche che il discepolo dovrebbe ricordare spontaneamente, perché conosciute in epoche remote. Anche qui occorre essere cauti.

È possibile che un’anima antica, in un’altra vita, abbia praticato discipline e forme di conoscenza poi dimenticate. Ciò non implica però che, incarnandosi nuovamente, debba ricordarle automaticamente.

La mente di oggi possiede le sue censure, le sue difese, i suoi limiti. Il corpo ha una propria storia. L’educazione crea spesse barriere psicologiche e la cultura contemporanea ricopre, con strati di rumore, ciò che un tempo era percettibile.

Insomma, si può essere antichi e non ricordare nulla. Si può aver praticato l’Alchimia in un’altra vita e non saperlo. Si può persino custodire in sé il fuoco perpetuo, senza conoscerne il significato e il modo per alimentarlo.

Pertanto, l’idea che il discepolo debba semplicemente ricordare, è spesso una fantasia romantica. Qualche volta il ricordo esiste, ma è nascosto profondamente; in altri casi affiora timidamente, ma è deformato da desideri, letture, autosuggestioni e immagini assorbite dall’ambiente d vita.

Tuttavia il compito dell’ermetista non è inventarsi un passato glorioso, ma costruire una presenza reale. Ciò che veramente conta, non è ciò che siamo stati in un lontano passato, ma in che modo riusciremo a trasformarci nel presente. L’antico in noi, se è autentico, prima o poi emergerà. Ma ciò potrà verificarsi solo quando l’Opera sarà compiuta e mai per mezzo della vanità o dell’ambizione.

 

  • Iniziare col piede giusto.

Allora, cosa dovrebbe fare chi si riconosce nella precedente descrizione? Il mio consiglio è di non giungere troppo presto alle conclusioni. Bisogna innanzitutto leggere, approfondire, osservare e dar tempo al tempo.

L’interesse per l’Ermetismo può derivare da molte cause: curiosità, dolore, bisogno di appartenenza, desiderio di potere, paura della morte, ecc. Non tutte sono ragioni innocenti e non tutte sono sbagliate. In ogni caso però devono essere riconosciute ed eventualmente corrette.

Se poi l’interesse per la Via Ermetica persiste nel tempo, nonostante le distrazioni della vita e le immancabili delusioni, anzi aumenta sempre di più, allora si può iniziare la strada e andare avanti agevolmente.

Però occorre procedere in punta di piedi, evitando di entrare in Gruppi troppo rumorosi, dove tutti parlano, insegnano e raccontano di esperienze straordinarie, e alla fine si finisce per consegnare la propria anima nelle mani del primo che mostri un po’ di carisma.

Occorre trovare una vera Guida spirituale, più che un venditore di meraviglie. Un uomo capace di spiegare l’Ermetismo, senza invadere la vita del discepolo manipolandolo per trasformarlo in un seguace. Insomma, un Maestro che insegni al discepolo a camminare da solo, senza inginocchiarsi dinanzi alla sua persona.

E se poi non si trovasse nessuno? Beh! In tal caso il mio consiglio è di iniziare un onesto lavoro su sé stessi: silenzio, lettura, diario dei sogni, osservazione delle emozioni, disciplina della parola.

E ancora: studio dei simboli, meditazione, preghiera e soprattutto sincerità verso sé stessi. Nel mio prossimo libro, dal titolo: Nelle Tenebre Luminose, tratterò diffusamente di queste pratiche preliminari

La vita di Gruppo può aiutare, ma solo fino a un certo punto. Il Gruppo è utile quando le persone che lo compongono sono sufficientemente mature e centrate. In tal caso può diventare un’ancora di salvezza. Ma se gli iscritti sono dominati dalla vanità, dall’orgoglio, dallo spirito di competizione e dalla fragilità, allora lo stesso Gruppo diventa un teatro di auto-condizionamento e un ostacolo al vero progresso spirituale.

Un ermetista deve proteggere a tutti i costi la scintilla di entusiasmo che si è accende nel suo cuore, senza mai esporla ai quattro i venti.

 

  • La verità e il beneficio del dubbio.

In ogni conferenza, in ogni libro, in ogni insegnamento, il candidato ermetista dovrebbe mantenere il beneficio del dubbio. Può darsi che il Maestro dica il vero, o parte della verità. È anche possibile che egli esprima la propria verità, nata dalla sua personale esperienza e pertanto non applicabile in tutti i casi.

La verità, nella nostra dimensione, non assomiglia a una pietra caduta dal cielo. Non è un codice imposto dall’esterno, uguale per ogni livello di evoluzione. Sicuramente esistono delle leggi immutabili. Vi sono Princìpi eterni e un Ordine profondo, che regna in ogni aspetto della creazione.

Tuttavia ciò che l’uomo chiama verità, spesso è solo la forma che il suo stato di coscienza riesce a tollerare. La Verità ultima appartiene all’Uno. L’uomo ne riceve solo i riflessi. Per tale ragione un ermetista dev’essere sempre fedele e libero:

  • fedele alla Via e libero da idolatrie.
  • fedele al simbolismo della Tradizione e libero dalla superstizione.
  • fedele al Maestro, ma non schiavo della sua persona.
  • fedele alla sua anima, ma diffidente verso le molteplici maschere che il suo Io può assumere.

Nell’Universo non ci sono norme morali scritte. Esiste un Pensiero Vivente, totipotente, generativo, che dall’unità si moltiplica nella manifestazione. Ogni essere ne riceve una scintilla, un riflesso, una nota. L’Opera Ermetica consiste nel ricondurre quella nota, racchiusa nel corpo, alla sua armonia originaria.

 

  • Un aneddoto personale

Vorrei concludere questo lungo articolo con un ricordo personale. Quando ero all’inizio del mio percorso interiore, molti anni fa, cominciò a manifestarsi in me quello che in seguito avrei riconosciuto come il mio Uomo Storico.

Sentivo che qualcosa di nuovo e strano stava nascendo in me. Affioravano nella mia mente parole, frasi, formule interiori che non appartenevano al mio solito linguaggio. Erano espresse in un italiano arcaico, talvolta poetico.

Non erano pensieri costruiti razionalmente. Sorgevano spontaneamente, come acqua che zampilla da un torrente sotterraneo. E giungevano in superficie come tante bollicine da un fondo invisibile.

Per molto tempo ne fui turbato. Mi chiesi se si trattasse di autosuggestione, di fantasia, di un gioco della mente o di un fenomeno di natura psicologica. Sono un medico, e ciò rendeva il mio atteggiamento ancora più prudente.

Temevo di credere nell’assurdo e, nello stesso tempo, rifiutavo le elegie medianiche tanto care a certi ambienti pseudo-spirituali.

La mia Guida del tempo, decise così di sottoporre i miei scritti al giudizio di un iniziato a quel tempo molto noto. Ricordo bene quell’incontro. Mi trovai dinanzi a un uomo anziano, altissimo, dall’aspetto austero e dai movimenti lenti e studiati, quasi si compiacesse del timore reverenziale che suscitava negli altri.

Lesse ad alta voce le mie poesie e mi fece molte domande sulle mie letture e su cosa fosse l’Ermetismo per me. Alla fine poi, fissando la mia Guida sentenziò: “Questo ragazzo sta canalizzando un’Entità superiore. Tu chi vuoi aiutare, lui o l’altro?”

Quelle parole mi turbarono. Non mi consideravo un medium e lungi da me l’idea di essere uno strumento passivo di Forze sconosciute. Sentivo però che quel giudizio non era giusto, ma generava solo incertezza e sofferenza: in pratica mi allontana da me stesso, anziché condurmi verso il mio centro.

Allora ripensai al Kremmerz e mi sovvennero istantaneamente le sue parole: “Perché pensare a un’entità estranea, quando nell’uomo esiste un Genio invisibile, una memoria antica e intelligente desiderosa di esprimersi, di guidarlo e istruirlo?”

Quella consapevolezza fu per me fu decisiva. Da quel momento imparai a dare il giusto valore alle mie “aperture mercuriali” pur senza mai sopravvalutarle. Mi limitavo a prenderne nota, le verificavo e le confrontavo con la mia vita e le mie abitudini.

Compresi così che l’insegnamento interiore non va accettato ciecamente, ma nemmeno disprezzato per paura o eccessiva razionalità. Dev’essere ascoltato con rispetto, ma sottoposto sempre al vaglio della ragione.

Il consiglio che mi sento di darvi è dunque di non credete troppo facilmente agli altri. E soprattutto di non disprezzare i sentimenti e le emozioni che sentite nascere dall’interno di voi stessi.

Evitate di consegnare la vostra anima nelle mani di “istruttori” improvvisati e vanitosi o di professionisti dell’Invisibile. Non soffocate il linguaggio della vostra anima, per paura di sembrare folli, strani o diversi.

Non abbiate fretta di arrivare: studiate e verificate. Non date in pasto ad altri il tesoro di intuizioni che si risvegliano in voi: le distruggerebbero con la loro diffidenza e incredulità. Date tempo al vostro cervello di comprendere il linguaggio dell’anima. E consentite alla vostra mente di diventare interprete fedele di ciò che – di lontano – vi sta chiamando.

Un’anima antica non urla, ma bussa timidamente alla coscienza manifestandosi con un sogno simbolico, con un’inspiegabile malinconia, con un rifiuto istintivo della menzogna o con una stanchezza antica che vi prende dinanzi alle futilità della vita.

Se poi quell’iniziato ha pazienza e non si lascia sedurre dalla vanità; se non scambia il primo bagliore dell’alba per il sole di mezzogiorno, allora quella voce interiore da confusa diventerà sempre più chiara.

E un giorno, finalmente, egli comprenderà che non stava aspettando un Maestro fuori di lui, ma allestendo il suo Tempio interiore, il luogo dell’anima dove il vero Maestro, il Nume, avrebbe finalmente parlato.

 

Conclusioni

 

L’anima antica, se esiste, non è una semplice categoria psicologica o un banale ornamento esoterico. È un particolare stato d’essere dell’uomo evoluto. È un ricordo privo di immagini, una vaga nostalgia della propria origine; una sensibilità che precede qualunque pensiero; una ferita nel cuore che può diventare un varco verso la Luce.

Possedere un’anima antica non rende automaticamente migliori. Però deve rendere più responsabili. Perché chi sente di più, deve purificarsi di più. Chi intuisce di più, deve vigilare più degli altri. E chi porta in sè una memoria antica, deve evitare con maggiore severità la superbia e l’illusione.

L’anima antica non è chiamata a dimostrare nulla, ma a diventare più vera. E diventare veri rappresenta il solo autentico e difficile inizio dell’Opera Ermetica.

 

FINE