GLI ANIMALI HANNO UN’ANIMA?
Riflessioni ermetiche sulla coscienza, sull’evoluzione e sul simbolismo animale
di Mario Krejis
Se gli animali abbiano o meno un’anima è una di quelle domande che l’uomo continua a porsi da millenni e che, proprio per la loro apparente semplicità, finiscono per aprire problemi molto più vasti di quanto inizialmente si possa immaginare.
Domandarsi se un cane, un gatto o qualsiasi altro animale possiedano un’anima, significa inevitabilmente chiedersi che cosa sia l’anima, da dove provenga la coscienza, quale rapporto esista fra la coscienza e la Materia e, soprattutto, quale possa essere il destino di quella particolare forma di individualità che vediamo manifestarsi nell’animale durante la sua esistenza.
Chi abbia vissuto a lungo accanto a un cane o a un gatto, sa bene quanto sia difficile considerarli solo degli organismi biologici, determinati dall’istinto e da una serie di meccanismi nervosi più o meno complessi.
Un animale riconosce, ricorda, teme, desidera, soffre, si affeziona; sviluppa preferenze e antipatie, apprende dall’esperienza e modifica il suo comportamento in funzione delle relazioni che instaura con gli uomini e con gli altri animali.
È sufficiente osservare due cani della stessa razza o due gatti cresciuti nello stesso ambiente, per accorgersi immediatamente che non si tratta di due copie dello stesso modello biologico, ma di due esseri dotati di un’individualità riconoscibile, per quanto diversa e certamente meno complessa di quella umana.
Il problema, dunque, non consiste nello stabilire se l’animale sia capace di esperienza – cosa che appare difficilmente contestabile – ma nel comprendere quale sia la natura profonda di questa esperienza e se qualcosa di essa possa sopravvivere alla dissoluzione del suo corpo.
La manifestazione dell’Uno
La concezione dalla quale intendo partire è quella che ho già sviluppato in altri miei scritti e secondo cui tutta la Creazione deriva dalla progressiva manifestazione dell’Uno nella materia.
In particolare l’Universo non sarebbe costituito di Materia originariamente morta, nella quale a un certo momento e per una combinazione fortuita di circostanze, sarebbero improvvisamente comparse prima la vita e poi la coscienza.
La Materia rappresenterebbe invece il grado estremo di una progressiva densificazione del Principio Divino: un lungo processo attraverso cui Vita, Luce, Volontà, Amore e Intelligenza assumono forme sempre più differenziate e più dense.
Nel caso dell’uomo, abbiamo descritto questa discesa attraverso una successione di livelli: dalla Monade (che è Pensiero divino e Seme originario di Vita), al Corpo Solare; da questo al Corpo Mercuriale, poi al Corpo Lunare e infine al corpo fisico, nel quale la coscienza trova uno strumento estremamente complesso, costituito dal cervello, dal Sistema Nervoso, dalla memoria, dall’immaginazione e dalla totalità delle funzioni psichiche e biologiche attraverso le quali può manifestarsi.
Il processo ascetico ed ermetico consiste nel movimento esattamente opposto. Ciò che nella Creazione procede dall’unità verso la molteplicità, dev’essere ricondotto, attraverso l’Opera Ermetica, dalla molteplicità verso l’unità;
Ciò che si è progressivamente materializzato, dev’essere purificato, trasformato e reintegrato nei livelli superiori.
Attraverso questo lungo lavoro, può progressivamente formarsi nell’uomo un Nucleo autocosciente stabile, capace di sottrarsi almeno in parte alla dispersione delle componenti psichiche, fino alla formazione del Genio e, nelle fasi ulteriori dell’evoluzione, del Nume.
Se tale dinamica esprime veramente una Legge generale della Manifestazione, non vi è ragione di supporre che essa riguardi esclusivamente l’uomo.
Una sola Vita attraverso forme differenti
Se l’Uno è realmente all’origine di tutto ciò che esiste, ogni livello della realtà deve necessariamente partecipare, secondo la propria possibilità, della stessa Vita originaria.
Ciò non significa affermare ingenuamente che una pietra pensi come un uomo, o che una pianta provi emozioni analoghe alle nostre. Vuol dire piuttosto riconoscere che la Presenza divina può esprimersi attraverso modalità profondamente differenti, in rapporto alla struttura e alla funzione della forma che temporaneamente la ospita.
Nel minerale questa presenza si manifesta nella coesione, nella struttura, nell’ordine della materia, nella cristallizzazione e nelle leggi che regolano i rapporti fra gli elementi. Nel vegetale assistiamo a una organizzazione infinitamente più complessa, nella quale compaiono crescita, orientamento, riproduzione, trasformazione della materia, risposta all’ambiente e una continua relazione con la luce, l’acqua, il terreno e le altre forme viventi.
Con l’animale compare qualcosa di ulteriore: la percezione, la memoria, il movimento orientato, l’apprendimento, il piacere, il dolore, la paura, il desiderio, l’attaccamento, la capacità di entrare in relazione e di modificarsi in seguito all’esperienza.
Infine nell’uomo tale progressione raggiunge un livello in cui la coscienza non si limita più a percepire il mondo, ma può arrivare a osservare sé stessa mentre lo percepisce, fino a interrogarsi sulla propria origine e sul proprio destino.
Pertanto non serve immaginare molteplici coscienze di natura diversa. È più logico invece concepire differenti gradi di manifestazione della medesima Coscienza, la cui espressione dipende dalla complessità dello strumento attraverso il quale essa agisce.
La stessa luce, attraversando vetri di diversa struttura, produrrà effetti differenti; non perché sia cambiata la luce, ma perché si è modificato il mezzo attraverso cui essa si manifesta.
L’esperienza individualizzata
Da questo punto di vista, l’animale diventa particolarmente interessante perché non è soltanto il rappresentante della propria specie, ma un centro di esperienza.
Un cane che abbia vissuto quindici anni accanto a un essere umano, condividendo la vita della famiglia, assorbendone le tensioni, ricevendone affetto o maltrattamenti, sperimentando il piacere della relazione, il dolore della separazione, la paura, la gratificazione, la protezione o l’abbandono, non può essere considerato, alla fine della propria vita, identico all’animale che era alla nascita. In quella creatura qualcosa si è organizzato.
Le esperienze si sono accumulate, si sono ordinate, hanno prodotto memoria e differenziazione; hanno formato cioè una particolare maniera di reagire, di riconoscere, di attendere, di temere e di amare.
Potremmo allora ipotizzare che, attorno alla Scintilla vitale originaria, si formi progressivamente un primo nucleo coscienziale ancora lontanissimo dall’autocoscienza umana (e naturalmente non assimilabile al Genio), ma già sufficientemente organizzato da rappresentare qualcosa di più dell’indifferenziata coscienza della specie.
Potremmo chiamarlo un Seme individuale, intendendo con questa espressione una prima condensazione di esperienza intorno al Principio vitale.
A mio avviso è proprio nella relazione con l’uomo, che questo processo può diventare particolarmente intenso, perché l’animale domestico è immerso in un ambiente psichico molto più complesso di quello che incontrerebbe nella sola vita selvatica.
Esso impara a interpretare intenzioni, gesti, tonalità della voce, regole sociali, affetti e conflitti appartenenti a una specie diversa dalla propria; si trova quindi esposto a un universo esperienziale che contribuisce ad accelerarne, per così dire, l’individualizzazione.
Che cosa rimane dopo la morte?
A questo punto la domanda iniziale ritorna in una forma più precisa: quando quell’animale muore, tutto ciò che ha sperimentato viene semplicemente cancellato?
Sul piano scientifico, non possediamo strumenti che consentano di dimostrare la sopravvivenza, nell’animale, di un nucleo cosciente dopo la morte e sarebbe scorretto presentare come acquisizione della scienza ciò che appartiene alla speculazione metafisica. Dal punto di vista della concezione ermetica, tuttavia, possiamo affrontare il problema diversamente.
Se l’esperienza produce organizzazione, e se ciò che viene organizzato dalla Coscienza non è necessariamente distrutto con il corpo, possiamo ipotizzare che i nuclei animali abbiano destini differenti in funzione del livello di individualizzazione raggiunto.
Una forma scarsamente individualizzata potrebbe dissolversi quasi completamente nella più ampia Matrice della Specie da cui proviene; invece un animale nel quale l’esperienza abbia costruito un nucleo più stabile, potrebbe conservarne una parte e continuare il proprio processo evolutivo attraverso nuove forme animali, o partecipare a strutture coscienziali più complesse.
La “reincorporazione” in un altro animale rappresenterebbe però soltanto una delle possibilità. Esiste infatti, almeno teoricamente, un’altra modalità di evoluzione, che mi sembra particolarmente interessante: l’evoluzione per assimilazione.
L’evoluzione per assimilazione
Se pensiamo all’evoluzione, tendiamo quasi inevitabilmente a concepirla come una successione lineare di forme, nella quale una struttura viene sostituita da un’altra più complessa.
Sul piano biologico, questa rappresentazione dev’essere condotta naturalmente ai meccanismi dell’evoluzione delle specie. Sul piano metafisico, possiamo porci invece un’ulteriore domanda: ciò che viene conquistato dalla coscienza, durante una determinata esperienza, deve necessariamente andare perduto quando quella forma scompare?
Io ritengo che non sia indispensabile pensarlo.
Si può invece concepire un’evoluzione nella quale ciò che è stato realmente acquisito, a un determinato livello, venga poi assunto, elaborato e integrato in una struttura successiva più complessa.
Ciò non vuol dire che un cane debba necessariamente “rinascere uomo”, secondo quella rappresentazione ingenuamente lineare che trasformerebbe il percorso spirituale in una specie di scala zoologica.
Significa piuttosto che il nucleo informazionale ed esperienziale, sviluppatosi in un animale, potrebbe in circostanze particolari essere assorbito o integrato all’interno di una struttura psichica umana.
In tal caso esso non costituirebbe l’intera personalità dell’uomo, né si identificherebbe con la sua Monade, ma entrerebbe a far parte del suo complesso patrimonio psichico come una componente specifica, portatrice di determinate qualità, sensibilità e modalità di relazione.
In altri termini potrebbero esistere esseri umani, in cui risultano sviluppate caratteristiche che ricordano alcune qualità proprie di una specie animale. Ciò non significa che quell’uomo debba essere considerato “la reincarnazione di un cane” o di qualsiasi altro animale, ma perché una parte dell’esperienza elaborata all’interno di quella linea coscienziale potrebbe essere stata integrata nel suo corredo informazionale.
L’evoluzione, in questa prospettiva, non procederebbe soltanto attraverso una successione e reincarnazione, ma anche mediante incorporazione, assimilazione e trasmutazione.
Nulla di ciò che la Coscienza ha realmente conquistato sarebbe perduto; e ciò che è stato acquisito in una forma più semplice, potrebbe essere assunto da una forma capace di contenerlo, riorganizzarlo e conferirgli una possibilità nuova.
L’uomo come microcosmo e crogiolo
Questa ipotesi permette anche di comprendere in maniera più profonda la particolare posizione dell’uomo all’interno della concezione ermetica.
L’uomo riunisce in sé i quattro elementi e costituisce quindi un microcosmo, una struttura nella quale Terra, Acqua, Aria e Fuoco possono convivere, interagire e venire progressivamente armonizzati.
La sua particolare complessità potrebbe renderlo non solo capace di produrre autocoscienza, ma anche di accogliere e trasformare contenuti provenienti da livelli diversi della manifestazione.
È in questo senso che potremmo considerarlo un “crogiolo evolutivo”, Non un essere isolato dalla natura, ma un luogo in cui differenti qualità della Natura possono incontrarsi, venire elaborate e, in determinate condizioni, persino reintegrate in un’unità superiore.
Questa concezione può essere estesa agli Spiriti Elementali, se li consideriamo come Scintille intelligenti dell’Uno, dotate di specifica competenza funzionale.
Un Elementale dell’Acqua, del Fuoco, dell’Aria o della Terra possiederebbe, secondo questa ipotesi, una forma di autocoscienza relativa alla propria funzione e al proprio elemento; mentre l’uomo, contenendo in sé tutti e quattro gli Elementi, dispone di una struttura capace di una esperienza più complessa e articolata.
L’Elementale che entrasse in rapporto stabile con un essere umano, potrebbe partecipare a questa maggiore complessità, integrandosi in parte nel suo principio psichico, acquisendo nuove possibilità di esperienza e, forse, una maggiore autonomia.
Anche in questo caso non si tratterebbe necessariamente di una sostituzione di identità, ma di una integrazione, nella quale una intelligenza specializzata entra in rapporto con una struttura più vasta e viene trasformata attraverso di essa.
La coscienza della specie
Vi è poi un’altra possibilità che completa questa concezione e riguarda il rapporto fra l’individuo animale e la specie alla quale appartiene.
Ogni animale nasce infatti con una determinata struttura biologica, dalla quale riceve istinti, predisposizioni e capacità specifiche. Tuttavia, durante la propria esistenza, quell’animale non si limita a ripetere passivamente ciò che ha imparato, ma produce esperienza, sviluppa adattamenti individuali, entra in relazione con l’ambiente e costruisce una propria particolare storia.
Si può quindi ipotizzare che una parte di ciò che è stato elaborato dall’individuo ritorni, dopo la sua morte, a una più ampia matrice della specie, formando nel corso del tempo una sorta di grande “sincizio coscienziale” o “eggregorico”, nel quale confluiscono le esperienze dei singoli esseri appartenenti a quella determinata linea animale.
Non mi riferisco naturalmente al patrimonio genetico, che appartiene alla Biologia e segue leggi specifiche, ma a un eventuale campo psichico collettivo, una struttura informazionale nella quale l’esperienza dei singoli individui potrebbe venire conservata e, in qualche modo, resa nuovamente disponibile.
La specie darebbe quindi qualcosa all’individuo, ma l’individuo restituirebbe a sua volta qualcosa alla specie; in questa circolarità l’evoluzione biologica e quella coscienziale procederebbero su piani differenti, senza necessariamente escludersi.

«Il gatto, animale sacro di Bastet, rappresenta uno degli esempi più significativi del rapporto fra forma animale e funzione divina nell’antico Egitto.»
Il legame fra il gatto e Bastet è ampiamente attestato nelle collezioni del Metropolitan Museum e del British Museum.
Perché gli Egizi rappresentavano gli dèi attraverso gli animali?
A questo punto diventa inevitabile ricordare un fenomeno che appartiene alla religione egizia e che, osservato attraverso questa prospettiva, assume un significato particolare.
Gli Egizi rappresentavano numerose divinità attraverso forme animali o composite: il falco, l’ibis, il babbuino, il coccodrillo, il toro e il gatto entravano nel linguaggio del sacro, mentre figure umane dalla testa animale traducevano visivamente qualità e funzioni divine. Sobek poteva essere rappresentato in forma di coccodrillo, Bastet come gatto o come donna dalla testa felina; la documentazione museale conferma inoltre che determinate specie venivano considerate sacre e strettamente associate alle rispettive divinità.
Sarebbe però riduttivo interpretare tutto questo come una semplice zoolatria, quasi che l’Egizio adorasse un gatto soltanto perché era un gatto o un coccodrillo soltanto perché ne temeva la forza. Una lettura più profonda può suggerire che la forma animale venisse percepita come particolarmente adatta a rendere manifesta una determinata qualità del divino.
Il falco, per la sua capacità di dominare lo spazio dall’alto e di osservare ciò che avviene sulla terra, poteva rendere visibile una funzione celeste e sovrana; il coccodrillo, potente e terribile creatura delle acque, manifestava un’altra qualità; il toro poteva esprimere forza generatrice e potenza vitale.
Il principio che emerge è quindi quello della corrispondenza: una determinata qualità cosmica trova in una determinata specie animale una forma biologica particolarmente adatta a rappresentarla e forse, nella concezione che sto proponendo, anche a manifestarla.
L’animale sacro non sarebbe quindi il dio in senso semplicistico, ma neppure un simbolo scelto arbitrariamente. Potrebbe rappresentare il punto nel quale una particolare funzione dell’Uno diventa riconoscibile all’interno della natura vivente.
Il gatto: un animale particolare
Fra tutti questi animali il gatto presenta un interesse speciale, perché la sua presenza simbolica non termina con l’Egitto antico.
Nella religione egizia il gatto fu strettamente associato a Bastet, divinità che poteva essere rappresentata in forma felina o come donna dalla testa di gatto e alla quale erano attribuite, fra le altre, funzioni protettive.
Molti secoli più tardi, in un contesto storico e religioso completamente differente, il gatto ricompare nella tradizione europea legata alla magia e alla stregoneria, dove animali domestici e in particolare taluni gatti potevano essere descritti come familiars, cioè esseri associati all’attività della strega o del mago. Fonti e studi sulla prima età moderna documentano effettivamente la presenza di gatti fra gli animali indicati come famigli.

«La forma animale non sostituisce il divino, ma rende visibile una specifica funzione della Potenza Cosmica.»
Naturalmente non sarebbe corretto costruire una linea storica diretta fra Bastet, le streghe europee e la moderna superstizione del gatto nero. Si tratta di fenomeni differenti, nati in epoche e ambienti culturali diversi, che devono essere mantenuti distinti.
Rimane tuttavia una domanda: perché è proprio il gatto che ha continuato, attraverso culture tanto lontane, ad attrarre su di sé un simbolismo così particolare?
La risposta più semplice può essere ricercata nelle caratteristiche stesse dell’animale. Il gatto è silenzioso, vigile, capace di muoversi con straordinaria discrezione. Vede nella penombra, vive accanto all’uomo senza perdere completamente la propria indipendenza, accetta la domesticazione senza però assumere quella forma di subordinazione sociale che caratterizza normalmente il rapporto fra uomo e cane.
Esso è contemporaneamente familiare ed estraneo, domestico e autonomo; abita la casa dell’uomo, ma sembra conservare una parte di sé che non appartiene completamente a quella casa.
Queste caratteristiche hanno certamente favorito la costruzione di un’immagine simbolica, nella quale il gatto appare come una creatura capace di stare sul limite fra ciò che è visibile e ciò che è nascosto, fra la luce e l’ombra, fra l’ordine domestico e una dimensione più libera e misteriosa.
Da questo punto di vista, può essere accettato il significato che, in senso solo analogico, potremmo definire totemico.
Utilizzo volontariamente questo termine, con cautela perché il totemismo appartiene tecnicamente ad altri Sistemi Religiosi e antropologici; esso permette tuttavia di esprimere un concetto importante, quello di una specie animale che concentra in sé un insieme di qualità riconoscibili e che, proprio per questo, diventa portatrice di un determinato significato.
Il gatto può allora essere visto come la condensazione vivente di alcune potenzialità: vigilanza, autonomia, capacità di percepire ciò che sfugge a una percezione ordinaria, adattamento all’oscurità, discrezione e indipendenza.
È comprensibile che, nel corso del tempo, queste caratteristiche siano state interpretate e amplificate fino ad attribuire al gatto una vera e propria qualità magica.
La superstizione nasce sempre dal nulla?
Possiamo allora comprendere meglio anche la superstizione del gatto nero che attraversa la strada.
Non vi è alcuna ragione per sostenere che il semplice passaggio di un animale possa determinare meccanicamente la fortuna o la sfortuna di una persona, e non è questo il punto che mi interessa.
La domanda che trovo significativa è diversa: le superstizioni devono necessariamente essere considerate invenzioni prive di qualsiasi origine simbolica, oppure alcune di esse possono rappresentare il residuo deformato di concezioni molto più antiche?
Nel corso del tempo, un’idea può infatti perdere progressivamente il proprio significato originario; la dottrina viene dimenticata, il simbolo resta, poi anche il simbolo viene frainteso e alla fine sopravvive soltanto un gesto automatico, una paura o una credenza popolare.
Ciò che un tempo poteva significare che una determinata specie fosse portatrice di una particolare qualità, viene allora degradato fino alla convinzione che il semplice incontro con quell’animale produca fortuna o disgrazia.
La superstizione potrebbe quindi essere, in alcuni casi, una specie di fossile simbolico: non una prova della realtà oggettiva di un potere magico, ma ciò che rimane di una antica rappresentazione della natura dopo che ne è andato perduto il significato.

«Il simbolo animale può essere considerato come la rappresentazione visibile di una qualità della Vita che quella particolare specie manifesta con particolare evidenza.»
Il “Neter” e la forma animale
Questa considerazione può forse aiutarci a comprendere, almeno secondo una lettura ermetica, il significato più profondo delle divinità zoomorfe dell’Egitto.
Il Neter non dovrebbe essere concepito come una figura antropomorfa alla quale, per ragioni decorative, viene applicata la testa di un animale. Se il Neter rappresenta una funzione, una Potenza e una Intelligenza operante all’interno della Creazione, la forma animale può indicare una particolare consonanza fra quella funzione cosmica e le qualità manifestate da una determinata specie animale.
Il falco, per esempio, non sarebbe semplicemente il simbolo convenzionale di una funzione horiana; la natura stessa del falco potrebbe essere considerata una delle forme nelle quali quella qualità trova espressione.
Allo stesso modo il gatto, nella sua relazione con Bastet, non sarebbe soltanto un animale prescelto arbitrariamente per rappresentare la Dea, ma una struttura vivente attraverso la quale determinate qualità protettive, intuitive e liminari possono essere riconosciute e rappresentate.
Non intendo certo affermare che questa sia la spiegazione, storicamente dimostrata, della religione egizia. Essa costituisce invece un’interpretazione ermetica, che si sovrappone al dato storico senza pretendere di sostituirlo.
Ma proprio quest’interpretazione possiede una particolare coerenza con la concezione che stiamo sviluppando perché, se ogni forma vivente rappresenta una modalità attraverso cui l’Uno si manifesta nella materia, in tal caso alcune specie possono rendere particolarmente evidente una determinata Qualità Cosmica.
Un’altra concezione dell’evoluzione
Il problema dell’anima animale viene così ricollocato in un quadro molto più esteso.
Non si tratta più solo di stabilire se, dopo la sua morte, il cane che abbiamo amato continui a esistere da qualche parte, per quanto tale domanda sia umanamente comprensibile e profondamente significativa. Si tratta invece di comprendere se la manifestazione sia realmente coinvolta in un unico processo evolutivo, nel quale la coscienza acquista, attraverso forme differenti, capacità crescenti di organizzazione e individualizzazione.
L’evoluzione biologica descrive il mutamento delle specie secondo leggi e meccanismi propri, e non deve essere confusa con ciò che vado affermando. La mia ipotesi riguarda un altro piano: cioè la possibilità che, parallelamente alla sempre maggiore complessità delle forme viventi, aumenti anche la capacità della Coscienza Universale di esprimersi attraverso di esse.
La differenza è essenziale, perché non stiamo proponendo di sostituire Darwin con una teoria occultistica dell’evoluzione; stiamo affermando che il meccanismo biologico potrebbe rappresentare il supporto materiale di un processo più vasto, il cui significato non appartiene alla biologia, ma alla Metafisica.
Nel mondo animale la Coscienza raggiunge forme di esperienza, memoria e relazione che nel vegetale non appaiono con la stessa evidenza; nell’uomo, grazie alla straordinaria complessità del suo apparato psichico e neurologico, essa acquisisce l’ulteriore capacità di osservare se stessa e di interrogarsi sulla propria origine.
Ed è proprio tale capacità che rende possibile l’Opera Ermetica.
In particolare nell’uomo il processo che dall’Uno ha condotto progressivamente verso la molteplicità e la densificazione, può essere invertito consapevolmente. La Materia può essere progressivamente purificata, le componenti disperse possono venire ricondotte verso un Centro e la Coscienza può iniziare il cammino del ritorno.
Gli animali hanno dunque un’anima?
La domanda iniziale può allora essere posta in termini nuovi. Se per anima intendiamo una realtà che compare improvvisamente nell’uomo ed è assente in tutti gli altri esseri viventi, creeremo inevitabilmente una frattura fra l’uomo e il resto della creazione, una frattura che appare difficile da conciliare con una concezione realmente unitaria dell’Universo.
Se invece concepiamo l’anima come il risultato di un processo attraverso il quale la Scintilla Divina, elaborando l’esperienza, acquisisce progressivamente organizzazione e individualità, allora possiamo ammettere che anche l’animale partecipi a tale processo, sia pure attraverso capacità e livelli differenti da quelli umani.
Pertanto la domanda precisa non sarà quindi soltanto: «Il cane ha un’anima?»
Ma piuttosto: fino a quale grado può individualizzarsi la scintilla di Vita che opera attraverso quel cane, e che cosa rimane delle esperienze che essa ha realmente assimilato?
Un animale che abbia vissuto intensamente, che abbia conosciuto il dolore, l’affetto, la socialità, la paura e la gratificazione, potrebbe aver costituito intorno al proprio Principio Vitale un nucleo sufficientemente organizzato da non disperdersi completamente con la morte; quel nucleo potrebbe proseguire il proprio cammino in altre forme animali, contribuire alla coscienza della specie oppure, in condizioni particolari, essere assunto e integrato in una struttura psichica umana più complessa.
In questa visione non esiste quindi una barriera assoluta fra i diversi Regni della Natura, ma neppure una semplicistica trasformazione della pietra in pianta, della pianta in animale e dell’animale in uomo. Esiste piuttosto una continuità della Vita e una possibile trasmissione di ciò che è stato realmente elaborato, nella quale ogni livello può diventare materia per una successiva trasmutazione.
È questa, probabilmente, la conseguenza più importante del mio ragionamento. L’uomo non sarebbe l’unico essere vivo all’interno di un Universo sostanzialmente morto, né l’unico punto nel quale una Scintilla Divina è improvvisamente comparsa; rappresenterebbe piuttosto una particolare fase della manifestazione, nella quale quella Scintilla, dopo aver attraversato innumerevoli forme e possibilità della Materia, dispone finalmente di uno strumento capace di raggiungere l’autocoscienza e, attraverso l’Opera Ermetica, di rivolgersi consapevolmente verso la propria Origine.
L’animale parteciperebbe dello stesso movimento, ma secondo il proprio grado e le proprie possibilità. La sua esperienza non sarebbe quindi necessariamente inutile o destinata a una totale cancellazione, perché tutto ciò che viene realmente conquistato dalla Coscienza potrebbe essere conservato, assimilato e trasformato, all’interno del più vasto processo attraverso cui l’Uno, dopo essersi manifestato nella molteplicità delle forme, tende progressivamente a riconoscersi in esse.
Ed è forse anche sotto questa luce che possiamo tornare a guardare gli animali sacri dell’Egitto.
Il falco, il coccodrillo, il toro, l’ibis o il gatto non sarebbero allora soltanto figure di un’antica Religione ormai scomparsa, ma il segno di una concezione nella quale la Natura non era ancora separata dal sacro e nella quale l’uomo poteva riconoscere, dietro la forma di una creatura vivente, la particolare manifestazione di una Potenza molto più grande.
Forse gli antichi non adoravano l’animale in quanto tale, ma attraverso esso cercavano di riconoscere quella stessa Vita che, assumendo infinite forme, continuava a parlare loro dell’Uno.
FINE
