Ammonio ed il Leone

di Giovanni D’Amico

In questo articolo proverò a dare alcune indicazioni di lettura di una storia tratta dall’introduzione a “La leggenda di Iside ed Osiride nei testi originali”, edizioni Tilopa. L’Autore la dichiara vera, ma la racconta senza darne alcuna chiave interpretativa e dunque è destinata ad essere incompresa dai più.

“Sulle rovine di Tebe dalle cento porte, sulle sponde del Nilo ancora alto dell’Etiopia antica, si era insediata ai tempi della regina Cleopatra una tribù selvaggia di neri cannibali, man mano spintavisi dal centro dell’Africa, oltre Saba, oltre Meroe. Viveva di pirateria e vendeva l’avorio, per lo più anzi lo rivendeva in quanto bottino di navi depredate di trafficanti arabi e fenici. All’uopo si travestivano i suoi capi fingendosi pacifici mercanti d’Etiopia, ma un brutto giorno lo stesso capoccia della tribù fu riconosciuto e smascherato, messo in catene e a disposizione dei reclutatori circensi. Fu portato a Roma dove dovette allenarsi per affrontare il leone.

Era di corporatura tozza ed erculea e l’avrebbe forse anche spuntata sulla belva. Ma si affidava soprattutto al fatto di essere stato iniziato dal vecchio stregone della sua tribù alla maniera in cui avrebbe dovuto comportarsi in questo caso. Lo stregone aveva descritto delle cerchia intorno a lui, lasciandole aperte per il tratto che rientrava nella visuale del neofita. Il vecchio stesso era stato catturato e deportato a Roma, ma era riuscito con le arti della magia ad evadere alla vigilia del suo supplizio e a raggiungere la tribù su una nave fenicia in rotta per l’Etiopia, tradendo il pilota e facendola arrivare tra le mani dei predoni suoi consanguinei che si erano schierati in agguato.

Arrivò il giorno fatale, in cui il gladiatore doveva esibirsi nel circo, in tenzone singola. Attraversò con passo sicuro l’arena, riscuotendo il fanatico applauso del pubblico per la sua entrata spettacolosa e teatrale, misurò l’ambiente, avvertì con occhio infallibile il preciso punto in cui doveva collocarsi, secondo le segrete istruzioni del vecchio stregone. Vi si piantò ritto, con la faccia rivolta contro il fondo dell’arena da lui attraversato, in attesa che in faccia a lui si aprisse la botola che doveva vomitare la belva.

Nel pugno serrava l’elsa della regolamentare spada corta. L’allenatore, rimasto ammirato per il suo comportamento coraggioso e sicuro di sé del suo allievo sgombro di preoccupazioni di sorta sull’esito della lotta, gli aveva imposto il sacro nome di Ammonio e affidato la lama più preziosa che si trovasse in palestra. Era la stessa lama con cui si era recisa dal tronco la testa di Pompeo e sulla quale l’indomani erano affiorate misteriosamente incise delle fatidiche parole latine che significavano: “Infierisco tra i Giuli”. Era poi passata nelle mani di Cicerone e poi, per un furto, nell’arsenale del circo. La misteriosa scritta era rimasta sempre visibile.

Ma il perfido allenatore, ad affrontare tanto campione e tanta arma, e per accattivarsi il favore di Cesare, tuttavia assente, e del pubblico, aveva scelto pure il leone più formidabile e feroce che si avesse mai visto. Appena sollevata meccanicamente la botola, esso ne uscì con un gran balzo e si avventò difilato contro Ammonio.

Questi, senza batter ciglio e senza cambiare posizione fissò la belva. Ad un certo punto essa si fermò e ripiegò ai lati, come se fosse stata arrestata da un muro di cinta che si era inframmezzato tra essa e l’uomo. Né, secondo gli insegnamenti del vecchio stregone, essa avrebbe potuto procedere oltre.

Ma non fu così.

Dai tempi dello stregone la disposizione dei circhi, delle arene, si era cambiata. Si era concepito e costruito l’anfiteatro. Ma questo non consisteva di due semicerchi antistanti congiunti a rette o curve ampie, ma era conglobata in pianta ellittica.

Il leone poté passare.

Ammonio con un’imprecazione rauca e stridula lanciò la spada che, dopo aver descritto una fantastica traiettoria, rimase conficcata davanti al sedile vuoto di Giulio Cesare. E, immobile ed inerme, si diede in pasto al leone che, affamato com’era, lo divorò tutto davanti agli occhi delusi, ma sempre avidi di sangue del pubblico convenuto a gran folla.”

 

 

Un’Interpretazione della Leggenda di Ammonio

 

Il Viaggio Inverso: Dalla Civiltà alla Selva

La tribù di cannibali, spinta “dal centro dell’Africa, oltre Saba, oltre Meroe”, non rappresenta solo un popolo storico, ma una forza primordiale non ancora sublimata, la natura selvaggia che vive di rapina e assimilazione, di cannibalismo. Il cannibalismo è l’assimilazione dell’energia vitale e spirituale, un’iniziazione per ingestione tipica di alcune culture africane che, agli occhi dei Romani, appariva barbara ma che celava un’antica gnosi, un mistero tramandato fino ad oggi anche dalla Chiesa nel rito della Messa.

Il loro capo viene catturato e trascinato a Roma: è il destino dell’iniziato che, uscito dal centro mistico dell’Africa (il Cuore del Mondo), viene precipitato nel vortice della civiltà decadente, nell’Impero inteso come prigione della materia.

Il nome che gli viene imposto – Ammonio – non è casuale. È l’evocazione di Amon, il dio nascosto di Tebe, il Bue nascosto la cui essenza si rivela solo all’iniziato. L’iniziato porta dentro di sé il nome del dio, ma è costretto a combattere da gladiatore: la sua condizione è quella di un dio caduto, imprigionato nel corpo, che deve affrontare la bestia per liberarsi.

 

Lo Stregone e l’Evasione

Il vecchio stregone è il Maestro interiore, il Daimon socratico. La sua cattura e deportazione a Roma simboleggiano la stessa caduta della tradizione iniziatica nella sfera imperiale.

Lo stregone evade “con le arti della magia”: non con la forza, ma con la gnosis.

La sua fuga su una nave fenicia — che poi “tradisce” il pilota per farla finire nelle mani dei predatori — è l’emblema della magia operativa: la conoscenza occulta si serve della materia (la nave, il corpo, il mondo fenicio-mercantile) per ricondurre l’anima alla sua origine divina.

 

La Spada e la Testa di Pompeo

La spada affidata ad Ammonio è uno strumento dal potere formidabile. Essa ha reciso la testa di Pompeo: ha separato il caput (la ragione, il principio direttivo) dal corpo politico. L’iscrizione che vi affiora, “Infierisco tra i Giuli”, è l’oracolo alchemico per eccellenza. I Giuli sono la dinastia giulio-claudia, ovvero la successione temporale dei “divi” imperiali. Ma nel linguaggio ermetico, Giuli sono le forze solari (Iulius = Iovis puer, figlio di Giove, quindi logos solare) che si combattono tra loro. La spada “infierisce” — opera con ferocia — tra i Giuli, non contro di essi: è lo strumento della distruzione interna del principio solare corrotto. Pompeo e Cesare sono due aspetti dello stesso potere che si divora.

La spada, passata per le mani di Cicerone (la parola, il logos razionale) e rubata nell’arsenale del circo, è ora nelle mani di un barbaro iniziato: la ragione pura è diventata strumento di sopravvivenza nell’arena del mondo. Ed è la sua arma più potente contro la belva.

 

Il Cerchio ed il Leone

Lo stregone ha insegnato ad Ammonio come tracciare un cerchio magico intorno a sé, “lasciando le cerchia aperte per il tratto che rientrava nella visuale del neofita”. Il cerchio è aperto solo dove l’iniziato guarda, ovvero dove la sua coscienza è diretta. La bestia non può oltrepassare il confine tracciato dalla volontà focalizzata.

Il leone non è solo una belva: è forza solare, regale, “divoratrice”. Nell’iconografia esoterica, è il simbolo del Sole, della volontà divina, ma anche della furia creatrice. Nella tradizione egizia, è associato a Sekhmet, la dea guerriera che può sterminare o guarire. Qui il leone è “il più formidabile e feroce che si fosse mai visto” – esso rappresenta la prova suprema, il confronto con un’energia inarrestabile.

Sekhmet

Il leone che esce dalla botola è la forza istintiva e brutale che deve essere domata.

Ammonio lo fissa senza battere ciglio. Immobile, egli resiste al tumulto delle passioni. E il leone, infatti, si ferma.

Ma ecco la tragedia.

“Dai tempi dello stregone la disposizione dei circhi, delle arene, si era cambiata. Si era concepito e costruito l’anfiteatro. Ma questo non consisteva di due semicerchi antistanti congiunti a rette o curve ampie, ma era conglobata in pianta ellittica.”

Questo passaggio è la chiave di volta. Il circo antico è di forma circolare. In quella forma, il cerchio magico dello stregone coincideva con la geometria sacra dell’arena. L’iniziato si poneva nel punto nodale, e il mondo esteriore si piegava alla sua volontà interiore.

L’ellisse dell’anfiteatro romano è invece la geometria del mondo imperiale, della curva chiusa senza centro, del fuoco doppio e decentrato. Nell’ellisse non c’è un unico centro di irradiamento: ci sono due fuochi, due poteri che si contendono l’orbita. L’ellisse è la corruzione del cerchio, è la forma che ha perso il suo centro divino.

Quando Ammonio traccia il cerchio magico nell’ellisse, la sua protezione non coincide più con la struttura del mondo che lo circonda. Il cerchio interiore è perfetto, ma il tempio esteriore è distorto. La bestia – che rappresenta una forza che non conosce geometria, ma solo fame – trova il varco nell’interstizio tra il cerchio sacro e l’ellisse profana. Passa dove la forma ha tradito la sostanza.

 

Il Sedile Vuoto e il Sacrificio Finale

Ammonio, comprendendo l’inefficacia del suo rito, lancia via la spada. La lama si conficca davanti al sedile vuoto di Giulio Cesare. La spada, strumento nato per “infierire tra i Giuli”, viene restituita al centro da cui proviene.

Il sedile vuoto è il Trono del Re del Mondo, il posto del Logos che non è ancora venuto.

Il trono vuoto rappresenta il principio sovrano privato della sua manifestazione. Cesare è assente, ma il suo posto è presente.

In termini ermetici potremmo leggerlo come la distinzione fra il principio e la sua manifestazione.

Il centro del potere è invisibile, ma il suo posto rimane.

Ammonio “immobile ed inerme si diede in pasto al leone”. Questa non è sconfitta: è un’apoteosi inversa. L’iniziato non è stato sconfitto dalla bestia, ma si è offerto ad essa. Nel linguaggio di Iside e Osiride, è il momento in cui il corpo di Osiride viene smembrato da Set.

Ma lo smembramento è necessario perché Iside (la natura, la Grande Madre) possa poi ricomporre il corpo del dio. Ammonio muore perché il suo sacrificio alimenta la sfinge che unisce uomo e leone: la bestia che divora è la stessa che, nel tempo del mito, risorgerà come Horus.

 

La Morale Ermetica

La storia insegna che la tradizione non è un deposito di tecniche immutabili nel tempo, ma una entità vivente. L’iniziazione non può ripetersi meccanicamente: ogni epoca richiede di ritrovare il centro nella nuova ellisse. Ammonio muore perché applica una verità eterna a una forma caduca.

Quando la struttura del teatro del mondo (l’arena come microcosmo del tempio e del cosmo) muta da circolare a ellittica, le corrispondenze analogiche si spezzano.

La magia che operava “secondo i tempi dello stregone” fallisce perché le forme architettoniche e quindi cosmiche non sono più le stesse. Come in alto, così in basso: se cambia la pianta del tempio-arena, cambia anche l’efficacia delle operazioni basate sulla vecchia geometria.

Il rito di Ammonio è impeccabile, la sua fede è intatta, il suo posizionamento nello spazio è calcolato “con occhio infallibile”. Eppure fallisce — non per errore suo, ma perché il mondo che ospita il rito è cambiato senza che il rito lo sapesse. Lo stregone aveva insegnato una magia calibrata su una geometria che nel frattempo l’evoluzione tecnica romana aveva superato.

La forma sacra non è eterna, ma legata al tempo storico. Un simbolo, un rito, un cerchio di protezione sono efficaci finché il contesto – letteralmente l’architettura del mondo – coincide con le premesse su cui furono costruiti. Trasmettere un’iniziazione senza aggiornarne la “cartografia” al mutare delle circostanze produce un guscio vuoto: la forma resta, la potenza si svuota, e il praticante – fedelissimo alla lettera – muore proprio dove credeva di essere invulnerabile.

Il cerchio si deve tracciare non solo nello spazio, ma nel tempo: bisogna saper leggere quando la forma del mondo è mutata, e ridisegnare il sigillo sulla nuova geometria.

Il pubblico “deluso ma avido di sangue” è l’umanità profana: non capisce il dramma iniziatico, vede solo il mancato spettacolo della vittoria. Ma il sangue versato è la materia prima dell’opus.

La leggenda non è un racconto di sconfitta, bensì un racconto iniziatico.

Quando la geometria sacra non coincide più con la forma del mondo — il dio non può più restare “sopra”. Deve cadere. Il leone che lo divora è Set, la forza di disgregazione, la passione che smembra. In quel momento, l’essere divino che era Ammonio smette di essere spirito puro e torna a essere carne: ossa, sangue, visceri, cibo per la bestia.

È l’istante alchemico in cui il Re entra nel vaso e si dissolve. È necessario, perché senza quella caduta non c’è trasmutazione. Lo spirito che non tocca il fondo della materia non può essere riscattato. La carne è il medium indispensabile.

Il pubblico vede solo un gladiatore divorato. Ma, nell’economia del mito, quel pasto è un banchetto iniziatico: la bestia (Set) inghiotte il dio (Osiride), ma in quel ventre la carne diventa prima materia.

È il solve prima del coagula. Per un istante – quello che separa la morte dalla resurrezione – il dio è carne pura, senza difese, senza cerchia, senza spada. Nudo.

Ed è proprio in quella nudità che si compie il passaggio per poter rinascere come qualcosa di più grande.

 

Giovanni D’Amico