
CARL GUSTAV JUNG E L’ALCHIMIA:
DAL SIMBOLO ALLA TRASFORMAZIONE
di Mario Krejis
Introduzione:
La dottrina di Carl Gustav Jung è generalmente interpretata come un ponte tra la Psicologia moderna e l’Ermetismo. Tuttavia spesso tale accostamento è stato condotto in modo superficiale.
Per esempio C.G. Jung è ritenuto lo studioso che ha recuperato l’Alchimia dal punto di vista scientifico. A sua volta l’Ermetismo è giudicato come una sorta di Psicologia simbolica ante litteram. Il risultato è una sovrapposizione concettuale in apparenza rassicurante, ma in effetti fragile.
Alla base di tale interpretazione, sussiste un equivoco di fondo. Infatti comprendere il linguaggio simbolico, non significa metterlo in pratica. D’altra parte interpretare solo teoricamente un processo psicologico, non vuol dire viverlo.
La modernità, anche quando si mostra sensibile al simbolismo, tende generalmente a interpretarlo dal punto di vista psicologico, non di una reale esperienza trasformativa.
Ebbene la dottrina di Jung rappresenta uno dei tentativi più riusciti e onesti di superare tale visione limitativa, anche se non giunge mai a oltrepassarla del tutto. Il che non sminuisce affatto la portata del suo lavoro, anzi probabilmente lo rende più chiaro ed efficace.
In effetti C. G. Jung ha restituito dignità a un mondo interiore che la Psicologia del suo tempo aveva appiattito. Egli ha dimostrato che i Miti, con le loro arcaiche raffigurazioni e i loro simboli, non sono semplici elementi ornamentali, ma costituenti fondamentali dell’esperienza psichica.
Tuttavia il suo sforzo intellettuale tende a restare nell’ambito di un progetto limitato: cioè comprendere in che modo la psiche si struttura, si altera e tende spontaneamente verso forme di equilibrio più stabili e avanzate.
L’Ermetismo si propone invece una finalità diversa. Esso non mira a decifrare le dinamiche psicologiche dell’uomo, ma a trasformarlo radicalmente.
Non si accontenta di descrivere i suoi processi interiori, ma opera attivamente, con le sue tecniche iniziatiche, al fine di produrre un reale cambiamento della sua vita.
Perciò i simboli ermetici non possono essere considerati meri strumenti interpretativi, ma veri e propri insegnamenti pratici. La loro funzione non è unicamente rendere intelligibile ciò che si verifica nell’esperienza, ma incidere profondamente sull’esperienza stessa.
In conclusione, il confronto tra il pensiero di Jung e quello ermetico non può limitarsi a una semplice contrapposizione ideologica, ma richiede un’analisi attenta e obiettiva, scevra sia da entusiasmi esagerati, che da atteggiamenti pregiudiziali.

Carl Gustav Jung, lo psicologo svizzero che restituì dignità al simbolismo alchemico
Jung e l’Alchimia:
L’interesse di Jung per l’Alchimia non è frutto di una generica attrazione per l’Occulto o di un semplice interesse storico, ma è il risultato di una necessità teorica e soprattutto clinica.
Nel corso del suo lavoro analitico, Jung si trova spesso di fronte a immagini, sogni e fantasie che non rientrano nei sistemi diagnostici del suo tempo. Secondo la sua interpretazione, il materiale prodotto dall’inconscio sembra attingere a un immenso repertorio, che precede l’individuo e la sua storia personale (Inconscio Collettivo).
Mosso dal suo interesse scientifico, egli scopre così i testi alchemici. Ciò che in essi lo colpisce, non sono solo gli aspetti filosofici, ma la sorprendente affinità tra alcune rappresentazioni alchemiche e i contenuti psichici che emergono continuamente dalla sua diretta esperienza di psicologo clinico.
La Materia Informe, la Nigredo, la Separazione degli Opposti e la loro congiunzione finale: insomma tutto il ricco simbolismo alchemico, appare a Jung una fedele rappresentazione dei processi psichici, che egli osserva quotidianamente nei suoi pazienti.
L’Alchimia diventa così, nei suoi scritti, una sorta di archivio simbolico dell’esperienza mentale. Secondo la sua interpretazione, gli alchimisti, ancora privi di un vero linguaggio psicologico, proiettavano all’esterno ciò che avveniva nel loro mondo interiore.

L’Alchimia non parla soltanto per concetti, ma per immagini operative: figure, nozze, separazioni, congiunzioni.
Pertanto le Operazioni sui metalli, il Laboratorio alchemico e i testi astrusi e quasi impenetrabili, non descrivono un vero e proprio lavoro sulla Materia dell’Opera (anima), ma una drammatizzazione simbolica dei processi inconsci.
Quest’interpretazione ha un effetto dirompente sulla cultura medica del tempo. Grazie a Jung, l’Alchimia è infatti definitivamente sottratta al discredito in cui era caduta nel corso dei secoli e viene reintegrata in un contesto più rigoroso. Non si tratta più di semplici superstizioni o di ciarlataneria, ma di un linguaggio simbolico strutturato e complesso, degno della massima attenzione scientifica.
Indubbiamente Jung compie un’operazione di grande coraggio.
Ma è proprio quest’aspetto che, dal mio punto di vista, mette in evidenza alcuni limiti del suo pensiero. Infatti, quando l’Alchimia viene interpretata solo dal punto di vista psicologico, finisce per smarrire la sua autentica dimensione operativa.
Per C. G. Jung l’Alchimia non è un processo attivo, che richiede tutto l’impegno dell’iniziato e mira a trasformarlo profondamente, ma è una rappresentazione immaginaria di processi interiori che interverrebbero in ogni caso.
Insomma nella sua interpretazione il Laboratorio Alchemico è solo una metafora, mentre il lavoro sulla Pietra grezza (interiorità) raffigura un’immagine simbolica della crisi dell’Io.
Allo stesso modo la Congiunzione degli opposti, che costituisce l’obiettivo finale dell’Alchimia, consiste per Jung in un lungo processo di integrazione psicologica; mentre per lui la cosiddetta trasmutazione alchemica riguarderebbe unicamente la coscienza dell’individuo, più che un cambiamento radicale e definitivo del suo equilibrio.
In un certo senso la scelta di Jung è comprensibile. Egli si rende conto che l’alchimista è sincero e che vive realmente il trasformismo alchemico. Tuttavia, da esponente della Medicina ufficiale, non se la sente di considerarla una tecnica affidabile sul piano clinico, perché non verificabile nè controllabile sul piano scientifico.
Dal nostro punto di vista, l’Ermetismo dev’essere considerato una Scienza soggettiva: “scienza” perché basata su principi operativi tradizionali e riproducibili; “soggettiva” perchè le prove della sua veridicità ciascun iniziato deve trovarle in sé, nel suo Laboratorio Alchemico, cioè nel proprio corpo.
Invece Jung preferisce restare entro i binari dell’ortodossia scientifica: ragion per cui non propone un cammino iniziatico, ma cerca di impedire che l’uomo moderno sia travolto dalle sue stesse forze inconsce, cercando di integrarle in una personalità resa più stabile grazie al metodo analitico.
Tuttavia l’Alchimia, nella sua accezione originale, non è nata per essere interpretata, ma messa in pratica. Analogamente le immagini alchemiche non sono simboliche rappresentazioni del mondo interiore, ma vere e proprie istruzioni operative.
La stessa Nigredo alchemica non è una pittoresca immagine della crisi spirituale dell’iniziato, ma una reale esperienza di distruzione degli equilibri precedenti; così la trasmutazione non consiste in un’integrazione coerente e progressiva della personalità, ma in un processo intricato e complesso, che implica continue rotture, discontinuità e rischi.
Insomma Jung comprende con chiarezza che i testi alchemici parlano dell’evoluzione dell’uomo, ma sceglie deliberatamente di interpretarli da psicologo, non da alchimista.
Alchimia e Psicologia:
Il recupero junghiano dell’Alchimia, per quanto significativo, non è rimasto senza contestazioni. Alcuni autori di Ermetismo hanno percepito il rischio implicito nell’interpretazione junghiana: privare l’Alchimia della sua potenza trasmutativa, riducendola a un linguaggio allegorico, utile forse per descrivere alcuni processi interiori, ma assolutamente inadatto a incidere praticamente nella vita umana.
In tale contesto, il pensiero di Julius Evola assume particolare rilievo: non come alternativa a Jung, ma come elemento di dissenso e di frizione con la sua dottrina.
In particolare il celebre scrittore ed esoterista non si confronta mai con la Psicologia del Profondo, ma si limita a rifiutarla in blocco. Ai suoi occhi infatti ogni interpretazione psicologica dell’Alchimia, rappresenta una deviazione moderna e un arretramento rispetto alla sua funzione originale.
Per Julius Evola l’Alchimia non può essere considerata un linguaggio della psiche, ma una vera disciplina della trascendenza, che deve servire a migliorare l’uomo. La sua attenzione non è focalizzata sul simbolo, inteso come forma espressiva dell’inconscio, ma sull’Opera Alchemica nel suo complesso, considerata come il lavoro rigoroso e radicale che l’iniziato compie su sé stesso.
Insomma, ridurre l’Alchimia a una mappa dei processi inconsci appare, agli occhi di Evola, una vanificazione del suo autentico significato. Tant’è che l’aspetto forse più significativo del suo pensiero, è il netto rifiuto di qualsiasi interpretazione che trasformi l’Alchimia in un surrogato della Psicologia.
Secondo il filosofo romano, l’Alchimia non ha il fine di integrare e rendere più stabile l’Io ma – al contrario – di metterlo in crisi. Essa non mira ad assicurare all’iniziato maggiore equilibrio, ma a provocare la sua destrutturazione egoica, in modo da consentire che la sua evoluzione avvenga secondo il progetto naturale e divino.
Tuttavia, dal nostro punto di vista, la posizione di Evola ha un grosso limite: si limita a considerare l’Alchimia come un sistema di principi e di orientamenti filosofici.
Più che proporre un metodo operativo ordinato e progressivo, Evola tende infatti a ricostruire il significato metafisico dell’Alchimia. Nel suo pensiero l’Alchimia, come via di evoluzione, è ribadita con forza, però raramente è calata nella concretezza di un programma iniziatico.
Quindi, pur avendo ragione nel contestare Jung, egli non offre soluzioni definitive al problema alchemico. Di conseguenza la sua critica non è sufficiente a restituire all’Alchimia la sua fondamentale dimensione operativa.
In estrema sintesi, l’Alchimia non si lascia rinchiudere in una semplice teoria della psiche. ma consiste in un duro lavoro che deve svolgersi nell’esperienza e deve produrre effetti tangibili nella vita reale di chiunque la pratichi.
Sicuramente a Jung dev’essere riconosciuto il pregio di aver restituito dignità al simbolismo alchemico; a Evola, invece, il merito di aver difeso strenuamente la dimensione alchemica della trascendenza.
Il Sogno:
Ogni riflessione su questo argomento non può prescindere dal contributo di Sigmund Freud, che ha delineato con precisione la cornice culturale entro cui collocare il sogno.
Con Freud il sogno entra nel campo dell’interpretazione. Diviene cioè un fenomeno psichico da decifrare, un prodotto della psiche che rinvia a contenuti rimossi, a desideri inaccettabili e a conflitti irrisolti.
Nel pensiero di Freud il sogno, più che condurre a un’esperienza nuova, svolge una funzione protettiva. Esso infatti maschera, traveste, distoglie. Il suo compito è permettere all’apparato psichico di continuare a funzionare normalmente, senza il rischio di essere travolto da tutto ciò che non può essere accettato dalla coscienza (cnf. Guardiano della Soglia).
In altri termini l’immagine onirica non svela nulla, se mai occulta. Il lavoro dell’analista consiste appunto nello smascherare tale camuffamento, per risalire alla causa originaria che ha prodotto il disagio e neutralizzarla con i metodi analitici.
Nell’interpretazione di Freud, il sogno rimanda sempre a un evento del passato, a un desiderio rimosso. Freud esclude qualsiasi autonomia del simbolismo inconscio. Di conseguenza il sogno non ha valore in sé, ma per ciò che nasconde.
A questo punto si colloca la svolta di Jung. Lo studioso svizzero non nega il ruolo centrale dell’inconscio, né la presenza in esso di contenuti rimossi dalla coscienza. Rifiuta però l’idea che il sogno sia soltanto un espediente difensivo.
Per Jung il sogno non serve solo a proteggere l’Io, ma a interagire con esso. Il sogno è per lui il linguaggio privilegiato, tramite il quale la psiche comunica con la coscienza. In tal senso le immagini oniriche non rinviano a un passato rimosso, ma servono a riequilibrare la realtà psichica, evidenziando tutto ciò che la coscienza non vuole o non riesce ancora a vedere.
Quindi con Jung il sogno smette di essere un meccanismo di difesa, per diventare uno strumento di orientamento. E anche quando assume forme perturbanti, esso non ha mai lo scopo di eludere il conflitto interiore, ma di portarlo alla luce.
Il sogno, per Jung, parla un linguaggio diverso da quello della coscienza: quando mostra immagini archetipiche, esso amplifica l’orizzonte dell’esperienza individuale, anche se di fatto non la migliora. Anzi, può giungere persino a destabilizzare la coscienza, sia pur nella prospettiva di una sua ricomposizione più ampia ed equilibrata.
In ogni caso il sogno, per Jung, non mette mai a rischio la struttura dell’identità umana, agendo al contrario per renderla più completa. In tal senso egli va ben oltre le concezioni di Freud, senza oltrepassare mai il confine della Psicologia.
La prospettiva ermetica è decisamente diversa. Nell’Ermetismo il sogno non è una finzione, né un messaggio compensatorio. È piuttosto un’esperienza reale, che può incidere profondamente sulla struttura dell’uomo.
Nei “Dialoghi sull’Alchimia” tale carattere emerge con nettezza. Infatti il sogno è considerato da Mario Krejis come una fase essenziale del lavoro iniziatico.
In base alle precedenti considerazioni, è evidente che ci troviamo di fronte a modi diversi di intendere il lavoro interiore. Ciò che cambia, tra le tesi esposte, non è soltanto il linguaggio utilizzato, ma soprattutto la finalità perseguita.
Esiste un primo livello interpretativo (Freud) che considera l’esperienza interiore come qualcosa appunto da interpretare. In tale prospettiva il sogno, il simbolo e l’immagine sono indizi di un contenuto inconscio che dev’essere riportato alla luce.
Un secondo livello (Jung) considera il sogno come un linguaggio dell’anima, con una precisa autonomia. Quindi non serve solo a proteggere (o a nascondere), ma a portare alla luce tutto ciò che la coscienza non riesce ancora a percepire o ad accettare.
Esiste infine un terzo livello interpretativo, quello alchemico, in cui il sogno non svolge una funzione regolatrice in senso junghiano, ma provoca un profondo squilibrio interiore, perchè il suo scopo non è di rendere stabile l’Io, ma di destabilizzarlo.
Quest’aspetto è evidente nei “Dialoghi sull’Alchimia Spirituale” di Mario Krejis. Aurelio, l’Iniziato Solare che rappresenta l’Ermetismo, non esorta mai il discepolo a interpretare i propri sogni, ma ad accettarne con coraggio le conseguenze.
Dal suo canto il discepolo non riceve mai da Aurelio interpretazioni chiarificatrici, ma è sottoposto a forti esperienze emotive che causano una radicale frattura nel suo modo abituale percepire la realtà.
Alchimia e Trasformazione:
Il confronto tra Jung ed Ermetismo si chiarisce ulteriormente guardando allo scopo del procedimento alchemico. Per Jung il lavoro analitico mira a determinare nel paziente una personalità più consapevole e meno scissa, dove il Sé assurge a Principio Mercuriale ordinatore della sua totalità di essere senziente.
In altri termini, anche nei momenti di crisi, l’obiettivo di Jung è quello di una ricomposizione della personalità. Dal suo punto di vista, l’Alchimia sarebbe solo una metafora di ciò che definiva con il suggestivo termine di “Individuazione”.
Per Jung le figure alchemiche descrivono un percorso psicologico complesso, ma il cui risultato è sempre una forma di equilibrio più elevato e stabile. L’uomo resta pur sempre un uomo, anche se più completo.

Il simbolo diventa reale solo quando l’uomo lo trasforma in un’esperienza interiore
Al contrario, lo scopo dell’Ermetismo è diverso. Il problema alchemico non è rendere l’uomo più equilibrato, ma produrre un mutamento strutturale della sua personalità e – in senso generale – di tutto il suo essere. Tale mutamento è quasi sempre doloroso.
La Nigredo Alchemica non è considerata nell’Alchimia una crisi simbolica, ma una perdita reale di precedenti equilibri, che devono essere rielaborati fino a generare una configurazione strutturale completamente nuova e diversa dalla precedente, armonica con i principi eterni della Tradizione.
Si tratta di un aspetto che Jung intuisce, ma sul quale sorvola. Evola da parte sua lo conferma e lo ribadisce, ma tende a collocarlo su un piano prevalentemente dottrinario, non operativo.
L’Ermetismo infine non si ferma alla semplice enunciazione della filosofia, ma prescrive all’iniziato un faticoso lavoro spirituale, che si tradurrà in un cambiamento radicale dal punto di vista sia fisico che spirituale (reintegrazione).
FINE
NOTE BIOGRAFICHE:
Carl Gustav Jung:
Carl Gustav Jung (1875–1961), psichiatra svizzero, fu il fondatore della Psicologia Analitica. Inizialmente vicino a Sigmund Freud, se ne distaccò precocemente per divergenze non solo teoriche, ma metodologiche.
Jung in particolare rifiutava di ridurre la vita psichica alla sessualità e, soprattutto, di considerare il Simbolo come un semplice prodotto del desiderio rimosso.
Il suo contributo più importante consiste nell’aver introdotto il concetto di Inconscio Collettivo, strutturato in Archetipi, nonchè la teoria del cosiddetto Processo di Individuazione, inteso come percorso di integrazione e trasformazione della personalità.
A partire dagli anni venti, Jung dedicò un’attenzione crescente ai testi alchemici, riconoscendovi una rappresentazione dei processi profondi dell’essere umano. L’Alchimia diventò così, nel suo pensiero, un linguaggio simbolico dei processi interiori, capace di descrivere figurativamente le metamorfosi della coscienza.
Nel contesto del presente articolo, Jung si pone come figura di spicco tra il linguaggio della scienza e quello della Tradizione Ermetica. Egli non può essere considerato un iniziato in senso classico, ma un interprete che tenta di rendere comprensibile l’Opera Ermetica alla mentalità moderna.
Sigmund Freud:
Sigmund Freud (1856–1939), neurologo viennese, fu il fondatore della Psicoanalisi e lo studioso che riuscì a imporre, nel pensiero occidentale, il concetto di inconscio.
La sua scoperta dell’inconscio dinamico, dei meccanismi di rimozione e del significato latente dei sogni segna una frattura irreversibile con l’antropologia razionalistica ottocentesca.
Tuttavia Freud resta ancorato a un impianto rigorosamente materialistico e riduzionista. Il simbolo, per lui, non è latore di verità autonome, ma un effetto secondario del conflitto pulsionale. Il Mito e la Religione sono interpretati da Freud come proiezioni infantili e difensive.
Nel confronto con Jung, Freud incarna il limite interno della modernità scientifica: egli apre l’abisso dell’inconscio, anche se nega che in esso possa individuarsi un Principio ordinatore o trascendente.
Per questa ragione, dal punto di vista ermetico, Freud resta una figura necessaria, ma incompleta: egli dissolve le illusioni dell’Io, senza mai indicare una possibile trasmutazione dell’essere.
Julius Evola:
Julius Evola (1898–1974), filosofo e studioso della Tradizione Ermetica, rappresenta un polo opposto e complementare rispetto a Jung. Nei suoi scritti sull’Alchimia – in particolare nella Tradizione Ermetica – Evola rifiuta esplicitamente ogni lettura psicologica dell’Alchimia, considerata una semplificazione moderna di un sapere iniziatico oggettivo e tradizionale.
Per Julius Evola l’Alchimia non può essere soltanto un simbolo della psiche, ma una via reale di trasformazione dell’iniziato, riservata a pochi individui naturalmente predisposti. Per Evola l’Io non dev’essere integrato, ma superato; analogamente la coscienza non va resa più armonica, ma dev’essere trascesa.
La sua critica a Jung è netta: laddove Jung interiorizza l’Ermetismo, per renderlo accessibile all’uomo del secolo, Evola ne rivendica la natura ascendente e selettiva.
Nel contesto di questo articolo, Evola rappresenta il termine di paragone che consente di meglio delimitare l’orizzonte junghiano. In particolare, tutto ciò che Jung riformula in linguaggio psicologico, Evola lo riafferma come Metafisica operativa.
Bibliografia essenziale:
- Carl Gustav Jung
- G. Jung, Tipi psicologici
- G. Jung, Psicologia e alchimia
- G. Jung, Mysterium Coniunctionis
- G. Jung, Ricordi, sogni, riflessioni
- Sigmund Freud
- Freud, L’interpretazione dei sogni
- Freud, Introduzione alla psicoanalisi
- Freud, Il disagio della civiltà
- Freud, Totem e tabù
- Julius Evola
- Evola, La Tradizione Ermetica
- Evola, Metafisica del sesso
- Evola, Rivolta contro il mondo moderno
- Mario Krejis
- Krejis, Dialoghi sull’Alchimia Spirituale
- Krejis, L’Arte di Sognare
- Krejis, Ermetismo e Alchimia
- Krejis, Thsecundia, Ibis