di Jean Louis Bernard con commenti di Mario Krejis

Seconda parte

Ramakrîshna

L’esempio di Ramakrishna, il santo indiano del XIX secolo, dimostra fuor di dubbio come il Tantrismo, dottrina del risveglio spirituale, deve essere piuttosto vissuta che non speculata. Nato in una famiglia povera del Bengala di casta sacerdotale, Ramakrîshna, modesto sacerdote, ignorò per tutta la vita il sanscrito e l’inglese, proprio come il Curato d’Ars non conosceva il latino, anche se nel clima sociologico della casta dei brâhmani si formò l’intelletto e il cuore, e vi sentì leggere, recitare e commentare i tantra.

Un giorno la dea Kâlî gli inviò la sua ancella, nelle vesti di una yogînî iniziatrice. Simili donne sono molto rare. Fino a quel momento Ramakrîshna aveva amato solo l’apparenza della Dea; e non la sua essenza: la Dea gli appariva come l’ideale femminile, una Mâyâ intessuta di sogni. Ma allora la Dea gli si rivelò bruscamente, come sovrana detentrice dell’energia divina (cosmica). L’iniziatrice risvegliò Ramakrîshna al tantrismo sessuale, castamente; la sua sola presenza bastò a far rifluire il flusso erotico del discepolo fino a vivificarne i chakra, fino a sviluppare in lui la donna surreale, immagine della dea, che gli avrebbe sottratto la forza vitale. Da quel momento, Ramakrîshna fu posseduto dalla dea.

Mario Krejis:

Quale forza extra-ordinaria può provocare il risveglio spontaneo dell’energia metafisica, agendo direttamente sui centri sessuali in modo da risvegliarne autonomamente la Forza Serpentina?

Se l’energia della Kundalini giace alla base della colonna, in vicinanza al Chakra della Terra, Mooladhara, sede degli istinti, come si può vivificare in modo casto la forza della Kundalini, facendo fluire verso l’alto il potere generativo che essa esprime, portando all’illuminazione senza provocare disastri morali e pericolose ripercussioni sulla psiche del praticante?

Per rispondere alla domanda bisogna considerare che l’essenza della Vita è femminile, mentre il potere generativo è maschio e polluente nel rapporto sessuale. Il concetto è che il seme dell’uomo si produce nel corpo e contiene il Principio dell’Amore Solare, il Creatore, che dev’essere accentrato in un punto, il punto al centro del Cerchio della Creazione, rappresentata dall’energia materna e potente della Shakti.

Il senso profondo del Tantrismo non è dunque nel contatto fisico tra maschio e femmina, anche se la copula ne rappresenta una delle manifestazioni più appariscenti, bensì nell’azione potente del “seme interiore” dell’alchimista sulla sua matrice interna e femminile, in modo da generare l’Androgino Alchemico. Esiste dunque una corrispondenza del Tantrismo con l’Alchimia Egizia, nel senso di una comune concezione binaria del Principio Metafisico, nel Macrocosmo come nell’uomo. Shiva e Shakti sono le facce della stessa medaglia, come Iside e Osiride lo sono nella Tradizione Ermetica

Il segreto dell’Alchimia Spirituale non è dunque in Cielo, e neppure sulla terra, sotto le gonnelle di qualche Iniziata da barzelletta. Si trova in Dio, nell’Uno solare, che emana il Raggio del suo potere in menti pronte ad accoglierlo e che geme potente nell’attimo preciso della sua conversione in Seme spirituale, giammai fisico, come si è voluto far credere per occultare ulteriormente il Segreto. Esso è però irrivelabile, perché consiste in una metamorfosi dimensionale della Forza generante, che proviene dal Sole e dalle Stelle, cioè da Dio.

Non mi stancherò di ribadire il carattere provvidenziale e divino dell’Alchimia. Si tratta di cambiare il proprio corredo genetico su di un piano spirituale. Di mutare forma, cioè, su tutti i Piani, trasformando il proprio corpo, vera carretta del mare, in un missile a propulsione stellare, in grado di sfidare le leggi della gravitazione e di proiettarsi con i suoi giroscopi dimensionali verso l’Invisibile.

Alcuni studiosi hanno proposto una diversa etimologia al termine Tantrismo. Esso deriverebbe da una parola sanscrita che significa trama, insieme di fili che s’intrecciano perpendicolarmente sostenendo l’ordito, e quindi lo stesso tessuto. Come la trama è l’essenza del tessuto, il Tantrismo avrebbe rappresentato l’essenza delle Religioni dell’India, poiché arcanamente polarizzato sulla Dea, personificazione dell’energia universale.

Ma questa seconda etimologia (essenza) sembra contraddire la prima (dualità). Il simbolismo della trama, delle corde e dei nodi, si ritrova in tutte le Tradizioni. Platone ne parla lungamente. Per gli amerindi costituiva lo stesso supporto della scrittura; ricordiamo i famosi quipu, cordicelle annodate, che esprimevano idee e numeri. La loro trama disegna l’incrocio delle «sei direzioni metafisiche» secondo Raymond Abellio.

Jean Louis Bernard:

Dissociare il Tantrismo dal contesto sanscrito non è cosa agevole. Incamerandolo, il sanscrito lo ha immerso nella sua straripante terminologia, nella foresta degli Dei induisti. Quando era pratica vissuta, era semplice, sana, naturale. Ma nel complicarla sul piano mentale, i teologi l’hanno degenerata; oggi in India è un culto ai margini, malvisto perché apparentato a una sorta di fachirismo sessuale.

Non si conoscono europei che abbiano ricevuto in India un’educazione tantrica, salvo per ciò che concerne la dottrina, contenuta nei tantra. Questo fatto assume valore di simbolo. Come per una sorta di rivalsa, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna conoscono un fachirismo tantrico che dei presunti Maestri indiani immigrati hanno diffuso tra elementi asociali.

Questo Movimento, che avvilisce la donna, non riposa sulla mistica della Dea. Ricette elementari vi sostituiscono lo Yoga. Gli asociali sono incapaci di concentrazione prolungata e i ritmi afro-cubani, introdotti per anomalo sincretismo, li hanno nevrotizzati completamente.

Le molte interpretazioni proposte dai sanscritologi per il termine Tantrismo fanno dubitare della sua origine indiana. Ma il merito del Tantrismo indiano, decadente o no, sta soprattutto nel fatto della sua vitalità, confermata dagli omologhi tibetano, mongolo, cinese e giapponese. Al pari del greco, il sanscrito ha recuperato termini di altre lingue che adattava foneticamente; per esempio, il termine Kundalini, parola-chiave del tantrismo magico, non è sanscrita e si apparenta all’amerindo anaconda.

Uno studioso di lingue sacre comparate, Madame Castex-Fourcade, propende per l’origine elamita di alcuni termini dello Yoga. Come gli Inca avevano ricuperato l’esperienza dei loro predecessori, gli Chimu, altrettanto fecero gli Aria con quella degli Elamiti. Adesso cominciamo a saperne di più. Etnicamente erano apparentati con i sumeri di Mesopotamia e con gli indiani di Harappâ e di Mohendjo Daro.

Insediatisi dapprima in Mesopotamia, ne furono scacciati e la loro peregrinazione si concluse a Susa in Iran, nel VII secolo. Malgrado il genocidio intrapreso dagli assiri, le loro élite sacerdotali riuscirono a riparare in India. Esse detenevano delle sacre scritture prediluviane, e probabilmente si stanziarono nel Caucaso durante il diluvio biblico. Dopo il cataclisma, il loro pensiero spirituale penetrò in Mesopotamia e in Iran.

Mario Krejis:

È esistito un tantrismo egizio?

Anni fa nel Tempio di Denderah, in una delle cappelle site in vicinanza del Lago Sacro, furono ritrovate iscrizioni geroglifiche risalenti all’Antico Regno (Pepi I°), espresse in un idioma sconosciuto, che rappresentarono un rompicapo per gli egittologi del tempo, che si limitarono alla ricerca di un’interpretazione solo letterale e laica dell’antico pensiero egizio.

L’antico Ordine dei Templari, e successivamente le sette arimaniche che ne profanarono i misteri, nascosero e manipolarono le antiche conoscenze, forse di derivazione atlantidea, alterandone la purezza e individuando così due grandi Correnti Magiche, giunte sino ai nostri tempi: la Magia Evolutiva, generatrice di Dei e di Eroi, trasformatasi in epoca greco-romana in Alchimia Spirituale Ermetica; e la Magia delle forme involute, o Magia Nera, sopravvissuta nelle Sette di tipo satanico che ancora oggi esistono, ma di cui solo pochissime sono in possesso di segreti che vanno oltre la patologia mentale e l’esibizionismo dei propri aderenti.

Entrambe le Correnti sono “magiche” in quanto, per realizzare la trasmutazione del proprio corpo mortale e conquistare l’immortalità, occorre che l’Iniziato -Alchimista o Mago nero- sia capace di intense proiezioni emotive (Stato di Mag) e di applicare su sé stesso il “Segreto Iniziatico”, sempre che sia in ottime condizioni psico-fisiche e abbia le giuste “credenziali dall’alto” per poterlo fare.

Nella Terra di Kem, l’amore tra l’uomo e la donna era celebrato con grande senso di sacralità e di devozione, ed era ritenuto un mezzo potente di elevazione morale e spirituale. L’Amore Magico, di cui si parla negli scritti di Ermetismo, deriva dal ricordo lontano di una tradizione sapienziale mai del tutto estinta, sapientemente velata nel mito di Iside e Osiride e del loro amore senza limiti; tradizione culminata nella generazione di Horus, il Dio Falco, figlio unigenito nato nell’Amore e destinato a divenire il fondatore di una nuova razza di umani, con nelle vene il sangue del Dio e della Dea, di Shiva e Shakti, rinovellati in lingua geroglifica e trasmessi nei secoli successivi nelle formule intricate dei Soffiatori e nei veri cercatori del “Vello d’Oro” dell’Alchimia Spirituale.

Horus, l’anima solare, era generata nel cuore degli antichi Faraoni dal connubio magico del Dio e della Dea, polluenti nell’anima vibrante del sovrano, divenuta utero amorevole di una Creatura eterna. Si trattava dunque di un processo metafisico e trascendente.

La leggenda del Cristo e del suo misterioso concepimento, mira magnificamente il processo naturale, cioè la germinazione dell’embrione animico nell’anima purissima di Maria, Mater Gloriosa, divina Fattrice di Miracoli, che l’Androgino e Misterioso Dio Solare ingravida col suo seme.

Jean Louis Bernard:

A Lione, nel corso di una conferenza privata, sostenemmo un contraddittorio con Jean Herbert, uno dei maggiori indologi dei nostri tempi. Noi sostenevamo che il Tantrismo aveva costituito l’armatura, la trama dell’alta magia egizia. Jean Herbert, trincerandosi dietro la sua logica di erudito, riteneva fermamente che questa dottrina fosse unicamente opera del genio indiano, sia per il nome, che per la metafisica e lo yoga. È in Egitto che noi abbiamo ricevuto, personalmente, il risveglio al tantrismo: e non eravamo mai andati in India… Quanto all’indologo Jean Herbert, se conosceva bene il tantrismo dei testi, non era un tantrika.

Qualche tempo dopo avemmo l’occasione, a Parigi, di riprendere il dibattito con una erudita indiana, la signora Nyota Inkyota, che diresse per diverso tempo una troupe di balletto nel quale danzava ella stessa. Nel suo salotto fluttuava un odore d’incenso; il visitatore poteva ammirare il ritratto in cui era adornata come una raffigurazione evocante la Târâ, Shiva femminile: Nyota Inkyota aveva iniziato a codificare, attraverso il segno e il disegno, la coreografia indiana ed egizia. Non si era accontentata dei disegni egizi forniti dall’archeologia, ma aveva stabilito in tutto il mondo una sorta di fraternità che la portò, attraverso i mari del Sud, fino a Tahiti. Ai suoi occhi, l’Egitto e l’India di razza bruna si apparentavano proprio in ordine a questo emisfero sud; ottica sulla quale confluiscono gli egittologi russi. Nyota Inkyota aveva annotato alcune parole tahitiane, parenti di certe parole egizie.

Una civiltà sconosciuta, esplosa nelle isole, accese, decine di millenni fa, il genio delle razze color del rame, irraggiantesi poi verso l’America, l’India, l’Africa orientale e il Punt egizio. Forse il culto di Shiva nacque nell’emisfero sud.

Il paese di Punt

Per tornare nuovamente all’etimologia del termine Tantrismo, si può rilevare la sua parentela con il nome dell’antica città egizia di Tentyris, il maggiore centro tantrico mediterraneo, pur collegato a una precedente civiltà iniziatrice, nell’oceano Indiano, o nei mari del Sud. I tantrismi indiano ed egizio sarebbero quindi fioriti sullo stesso tronco. Gli egizi votavano un culto a una «terra ancestrale» del sud-est, il paese di Punt, arcipelago enigmatico, frammento di un insieme continentale dislocato che continuava fino all’Insulindia.

L’egittologo François Daumas, nostro maestro di geroglifici, si consacrò allo studio in situ del tempio di Denderah.

La grande dea Hathor: raggio cosmico e le sue metamorfosi

L’antica Tentyris sorgeva nell’Alto Egitto. Il culto di Hathor si era impiantato prima di Menes e le leggende locali facevano ancora allusione a un’origine sud-orientale. Hathor era nata nel paese di Punt. In altri termini, la forza cosmica che personificava, era stata captata in seno a questo arcipelago scomparso, o presso le sorgenti del Nilo o in Somalia.

Esso ha dovuto essere una testa di ponte per l’India. Una civiltà di razza ‘color del rame’, di tipo indiano, vi è forse vissuta, molto prima di Menes e vi avrebbe generato l’Egitto. Al suo declino, questi popoli discesero il Nilo. Tuttavia, prima di questo Egitto «indiano», dovette esistere un Egitto berbero o un Egitto di tipo sumero, a pelle chiara. Il paese di Punt costituì l’irraggiungibile paese degli spettri, cioè dei doppi degli antenati. Per tutto il periodo storico, i Faraoni cercarono di ritrovare il paese di Punt.

La patria di Hathor lascia intravedere un denominatore comune tra le culture egizia e indiana. Bisogna riconoscere che il mito di Hathor chiarisce, meglio che non i tantra, la nozione di Shakti, energia divina, «cuore del cielo», da non confondere, come fa la maggior parte degli egittologi, con il sole astronomico Ra, che non è altro che l’analogo del sole zodiacale.

Come per i messicani, la religione astrosofica si è espressa in una precisa concatenazione di immagini simboliche che si ripercuotono nel corpo umano; in primo luogo vi era Amòn[15], «sole supremo», cuore astratto del Cosmo, non localizzabile:

Colui il cui divenire ha iniziato la prima volta, Ammon,
che si è prodotto all’inizio senza che il suo mistero fosse conosciuto.
Non vi fu Dio prima di lui;
Non vi era altro Dio con lui per dirne la forma;
Non aveva madre per dargli il nome;
Non aveva padre che lo avesse generato e che avesse detto: «sono io»!
Colui che ha formato lui stesso il suo uovo;
Il potente la cui nascita è misteriosa, che ha creato la sua bellezza;
Il Dio divino che è venuto in esistenza da sé stesso.
Tutti gli Dei vennero in esistenza, quando egli si fu dato l’inizio.
(Citato da F. Daumas).

Amòn è quindi il Dio monoteista assoluto; le altre grandi Entità non esistono che in quanto egli esiste. Un altro testo insiste su questa nozione fondamentale: «Tu sei l’unico che ha fatto tutto ciò che esiste, l’Uno, che rimane l’unico, che ha fatto gli esseri».Akhenaton, presunto inventore del monoteismo, non farà che parafrasare gli inni ad Amòn, quando dirà del suo dio solare Aton: «Tu non cessi di trarre milioni di forme da te stesso, permanendo nella tua unità».

Il suo Sole era il sole astronomico Aton, globo che ci illumina, che ci distribuisce la vitalità, ma che non «trae alcuna forma da sé stesso» …

I tibetani e i Chimu popoli delle montagne, avevano personificato il cuore del Cielo sotto il segno del Leone zodiacale (Sfinge). Sarà opportuno ricordare che le altissime montagne sono delle frontiere terra-cosmo, punti di contatto del «globo-spazio».

Se alcuni culti felini sono stati presenti in queste due religioni delle montagne, è che una forza cosmica, trasmessa dal Leone, vi provocò dei fenomeni ben palesi. Le leggende dell’Himalaya descrivono enigmatiche danzatrici celesti, le Dâkinî che gravitano intorno alle cime, provocando le tempeste, le valanghe e le cadute degli alpinisti. Quest’ultima superstizione ci riporta alla memoria lo strano aneddoto che ci raccontò a Lione il nostro vecchio amico Fantgauthier, che vi diresse per molti anni un centro di Spiritismo.

Operava preferibilmente in privato, con medium che formava egli stesso e le sedute avevano luogo di notte. Dopo essere caduto in trance, il medium, quasi sempre femminile, perdeva ben presto coscienza e si lasciava possedere dall’Entità complessa rappresentata dall’anima di un trapassato. Un giorno evocò l’ombra di un alpinista lionese morto sull’Himalaya qualche settimana prima. Si trattava proprio di quell’ombra? Con voce quasi maschile, il medium rivelò il messaggio-testamento del trapassato: «Hathor mi ha ucciso!»

Questa dea terribile ricorda una Dâkinî che l’iconografia tibetana rappresenta come una «donna angelicata» portante maschera di leonessa. Maschera che qui assume valore astrologico: le danzatrici celesti sono energie cosmiche trasformate in Entità pensanti collegate alla costellazione del Leone. Il totemismo del gatto, proprio agli Chimu, si spiega con una zoolatria ma fu certamente anche simbolo di astrologia o astrodinamica. Forse i felini sono il risultato di una mutazione.

Dopo Amòn e Amòn-Ra veniva Ra, cuore concentrico inferiore successivo, che si era materializzato nel concetto di Aton, globo, disco. Siamo passati dall’assoluto all’universo multidimensionale, per arrivare al nostro universo solare tridimensionale. Questa scala di cuori concentrici si rifletterebbe sul cuore umano attraverso il Chakra del cuore. Egizi e messicani giunsero a stabilire un rapporto di ordine psico-biologico tra il cuore del cielo e il cuore dell’uomo. Nel periodo della decadenza messicana, i sacerdoti strappavano il cuore delle vittime umane e lo offrivano al cielo.

Il mito di Hathor è quindi fenomeno di natura metafisica e astrologica. La Dea si identificava a un Raggio Cosmico dell’Assoluto sprigionatosi dalla fronte di Amòn-Ra, raccolto dalla costellazione del Leone.

In questo primo tempo riveste il volto terrifico di Sekhmet; dea portante maschera di leonessa. Sekhmet è la dea del deserto orientale di Nubia: «i suoi occhi gettano fiamme, il suo respiro brucia; è assetata di sangue», dicono i testi; e la sua interferenza negli affari umani non apporta che flagelli.

L’allegoria significa che, sotto la sua forma cosmica primordiale, il Raggio Divino non può essere sopportato dall’umanità. Se accelera il processo psicologico, è nel senso della vita, ma anche nel senso della morte. L’ambivalenza è totale, quantomeno in apparenza. Il raggio biologico che si sprigiona dal Cosmo sublimerà la cellula sana, ma cancerizzerà la cellula degenerata.

FINE DELLA SECONDA PARTE