
Prefazione a cura di C. MUCCI
Il racconto La Fonte dell’Amor Sacro di Liliana B. si presenta come un testo di rara intensità simbolica, capace di intrecciare narrazione poetica e profondità iniziatica in una forma che richiama la tradizione ermetica per contenuti e associazioni. L’opera si colloca al confine tra racconto visionario e trattato implicito, offrendo al lettore non solo una storia, ma un’esperienza interiore di riconoscimento.
Il fulcro della narrazione ruota attorno all’incontro tra un guerriero e una figura femminile ieratica, custode di una conoscenza dimenticata. Tale incontro, lungi dall’essere interpretato in chiave puramente sentimentale, assume i contorni di una vera e propria ierogamia interiore, nella quale si manifesta la tensione tra due principi fondamentali: la volontà dominatrice e la sapienza del cuore. Il guerriero, simbolo di una coscienza ancora legata alla forza e alla separazione, si confronta con una presenza che incarna la memoria dell’unità perduta.
Liliana B. costruisce un impianto simbolico coerente e stratificato. La figura della donna, definita “custode della tua saggezza”, rimanda chiaramente al principio dell’Anima o della Sophia, depositaria di una conoscenza che non si acquisisce ma si ricorda. In questa prospettiva, il dialogo tra i due protagonisti si configura come un processo di anamnesi, nel quale l’uomo è chiamato a riconoscere in sé ciò che aveva rimosso o dimenticato.
Particolarmente significativa è la presenza della Fonte, elemento conclusivo e centrale dell’intero impianto simbolico. Essa si configura come immagine archetipica dell’origine e della rigenerazione, luogo in cui l’Amor Sacro, pur attraversato dalla separazione e dal sacrificio, permane inalterato nella sua essenza. La trasformazione della figura femminile in acqua richiama chiaramente dinamiche di matrice alchemica, suggerendo una dissoluzione che non è annientamento, ma passaggio a uno stato più sottile e universale.
Dal punto di vista stilistico, l’autrice adotta una prosa densa, evocativa, ricca di immagini che si susseguono come visioni. Il linguaggio, volutamente solenne e talvolta oracolare, contribuisce a creare un’atmosfera sospesa, in cui il tempo lineare cede il passo a una dimensione ciclica e mitica. Tale scelta, se da un lato richiede al lettore un’attenzione partecipativa, dall’altro costituisce uno dei punti di forza del testo, rendendolo affine alle opere della tradizione simbolico-ermetica.
L’opera si inserisce dunque pienamente nel solco di una riflessione sull’Amore inteso non come esperienza individuale, ma come principio cosmico di riunificazione, capace di trascendere la dualità e di ricondurre l’essere alla propria origine. In questa chiave, la vicenda narrata assume un valore universale, diventando metafora del cammino umano verso l’integrazione delle proprie polarità.
La Fonte dell’Amor Sacro si configura, in conclusione, come un contributo di notevole interesse per gli studi ermetici contemporanei: un testo che, attraverso il linguaggio del mito e della poesia, riesce a riattivare nel lettore una dimensione di ascolto interiore e di memoria profonda, restituendo all’Amore la sua funzione originaria di forza trasformatrice e principio di conoscenza.
A Liliana B.
Ricordo il tuo sguardo profondo e i tuoi gesti gratuiti e ricchi di intensità emotiva, ovunque tu sia ti giunga il mio pensiero affettuoso; auguro a tutti coloro che leggeranno le tue parole di provare la stessa carezzevole magia che hanno destato in me in tanti momenti di secca asfissia.
(C. M.)
La Fonte dell’Amor Sacro
di Liliana B.

Il guerriero dalla corazza dorata sostò al limitar del bosco, dell’altura dominava la valle sottostante e con sguardo tagliente rincorreva il vasto orizzonte, ritto nella sua possente figura, dignitoso della fiera nobiltà…
Il carro solare aveva ormai da tempo cominciato la sua discesa ed il cielo già indossava il manto aranciato del tramonto e il silenzio, come brezza alitata da Zefiro veloce, inondava la valle e gli anfratti e giungeva fino a lui in contrasto col tumultuare del suo cuore, con il fragore e le grida della battaglia che ancora echeggiava nella sua mente ed in tutto il suo essere.
Non il più piccolo movimento traspariva all’esterno a testimoniare ciò che agitava la sua anima, solo la mascella saldamente contratta dava al volto e alla figura tutta l’espressione di una magnifica statua.
Aveva lasciato gli uomini al campo di là dal monte e solo, con se stesso, si era recato a ringraziare gli Dei.
Gli Dei, un pensiero s’insinuò sottile, feroce.
Era umano inseguire la Gloria, nobile lottare per la Patria, ma gli Dei, quanto era saggio sfidare gli Dei?
Gli uomini combattevano con gli uomini e gli Dei con gli Dei, ogni popolo ha il suo Dio, minuscolo come un granello o immenso e dirompente come il tuono, ma qualsiasi siano le sue celesti od infere dimensioni ogni Dio è potente, egli sovrasta, egli si manifesta, nell’intimo d’ogni essere egli vive.
Un Dio non ti fa a suo modello, l’uomo lo sceglie come tale.
Il suo Dio, era un Dio guerriero che solo nell’aspra lotta si riconosceva, era un Dio senza paura e senza amore, egli ne sentiva il fuoco ardergli dentro ogni istante, ad ogni colpo di lancia, nella punta della sua spada egli sentiva l’ebbrezza di un’illimitata forza.
Questo era il suo destino portare sempre più avanti il vessillo dell’impero, la sua ricompensa sarebbe stata quella di varcare la soglia del campo degli eroi e l’immortalità.
Per tutto questo aveva vissuto, votato al suo Dio della guerra, ma ancora sottile il pensiero s’insinuò.
Gli Dei lo ascoltavano, egli sapeva che il suo dialogo era aperto, la sua fides era sacra..
Perché allora nel profondo del suo cuore egli vedeva tutto questo come una condanna? Perché allora nei frammenti delle sue visioni egli percepiva una realtà diversa, oscurata da una potenza informe ma densa, tangibile eppur talmente sottile che la sua spada non poteva squarciare, perché sembrava stesse combattendo con le ombre di un passato mai sepolto?
Le tenebre, la luce, elementi di una stessa scansione armonica.
Perché mai, egli non avvertiva in sé l’umiltà…l’umiltà di un uomo, il suo animo gli appariva come prigioniero di una smisurata indescrivibile potenza. Egli si sentiva come se non dovesse mai innalzare il suo sguardo al Cielo. Egli già guardava negli occhi gli Dei?
Cercò una spiegazione, nel suo essere un soldato, nelle sue umane convinzioni.
In quel paese straniero aveva innalzato le palizzate, in quel luogo così lontano e diverso dalla sua terra aveva avvertito la presenza intangibile di un qualcosa che non capiva, la vicinanza di una forza che pareva soggiogarlo, un Dio straniero ed ostile lo rincorreva, si manifestava in un sottile sentimento che s’insinuava velenoso nel suo cuore, rendendolo blasfemo.
Da quando aveva iniziato quella campagna in quella terra sconosciuta un volto di donna, quasi una bambina, in sogno lo distoglieva, lo seduceva.
Mai prima d’ora aveva pensato ad una donna in tale maniera, la sua immagine irreale gli spalancava le soglie di un universo nuovo eppur non estraneo al suo essere.
Così, preso dai suoi pensieri, si accorse di un movimento nella valle sottostante, come il procedere di un cerbiatto, e aguzzò la vista.
La donna camminava leggera, sfiorando con la lunga tunica bianca quella distesa appena mossa dal respiro del Dio, che si apriva come inchinandosi al suo passaggio.
Pareva che la sua figura emanasse una luce abbagliante, la testa china e i lunghi capelli ramati ondeggianti come quel verde mare punteggiato dai colori dei fiori.
Il suo cuore leggiadro batteva al ritmo dei suoi nobili pensieri, ella era pura, di una purezza affine alla rugiada che si adagia sui fiori all’alba, cristallina come acqua di fonte, candida come la prima neve.
Non le era dato conoscere che i sentimenti più virtuosi, la sua visione emanava una sacralità.. che la poneva di là dalle umane intemperie dell’animo, delle meschine contraddizioni.
Saliva lenta su verso la cima.
Alzati gli occhi alla collina ella vide quella figura che si stagliava ritta e possente, una statua eretta quasi solidificatasi nel suo piedistallo di roccia. Si sentì attratta da quell’immagine solitaria, immobile.
Egli intuì il suo sguardo e pensò che gli Dei del luogo gli avessero teso una trappola per far sì che la sua mente vacillasse, si dissolvesse in quella visione.
Giunta a pochi metri da lui riconobbe le sue insegne straniere, ma non mostrò paura, il suo cuore fu rapito dall’attenzione, l’attenzione di una virilità non solo fisicamente riconoscibile, ma interiorizzata e per questo eterna.
Ella si accorse dell’altra vita persa dietro macchinose congetture dell’essere, nella maniera propria di chi cerca, spinto da un solitario anelito d’accondiscendente implicazione.
Ella avrebbe voluto fargli capire con un suo sguardo ciò che leggeva dentro di lui, dell’inutile ed ingannevole scandire del tempo, dell’eternità di cui tanto profondamente le loro vite erano intessute.
Avrebbe voluto allontanare da lui lo spettro dell’incertezza, dell’arrogante determinazione di chi cerca a tutti i costi di dare una palese giustificazione ai propri gesti, piuttosto che leggere, non abbagliato da inutili caleidoscopici riflessi, nei suoi sentimenti più profondi.
Ella sapeva che tanto egli li aveva bramati e tanto più profondamente gli erano stati nascosti, che lui credette di non averli mai posseduti.
Un incantesimo aleggiò ad un suo gesto e da tanta forza sospinto, un piccolo cuore di donna veleggiò nel possente cuore dell’uomo, ma quel cuore così brutalmente era stato indurito che egli credette di non averlo mai posseduto.
A pochi metri da lui, si fermò.
Lo strano medaglione che portava e le sue vesti non gli lasciarono dubbi era una donna nemica, forse una sacerdotessa dei Dipinti.
” Benvenuto, straniero dalla corazza dorata” disse una voce dolce appena sussurrata. ” Siano ringraziati gli Dei sei giunto finalmente!”
” Io nelle mie vesti mortali sono la Custode dell’oracolo di Sein, otto korrigan mi furono date a guardia della Sacra Quercia. In realtà, Io sono la custode della tua saggezza.”
Egli non capiva ma la sua mente si perdeva, assorbita dal limpido di quegli occhi, era lei, la donna dei suoi sogni. Per un attimo sentì come una profonda vibrazione nel suo cuore e la mente parve inondata da quella fresca cascata di parole.
Si scosse con un’enorme sforzo di volontà. . . allontanando quello strano senso di smarrimento.
Tornò guardingo ai suoi pensieri. Quale demone lo voleva possedere? Quale arcano mistero sconfinava nelle sue fibre. Perdersi o lottare, niente di più infido poteva annientare la sua imperturbabilità. . . .Egli non conosceva timori ma a questo venefico sentimento sentiva che cedeva.
Lei gli fu vicino, tanto vicino che i loro respiri si confusero. I suoi occhi che lo fissavano gli penetravano in fondo fin nelle più remote fibre del suo essere, pareva che cercassero qualcosa o qualcuno.
” Va via, creatura sconosciuta o la mia spada finirà la tua vita!” gli urlò indietreggiando.
Ella sorrise di una dolcezza disarmante, un rivolo di lacrime come piccole perle rotolavano ai lati delle sue guance.
” La mia vita è finita quando ti perdetti la prima volta, ma non c’è concessa la morte, essa non appartiene al nostro mondo, tu non puoi uccidermi o finiresti te stesso, io sono la forza del fuoco eterno che vive dentro te. I nostri destini sono uniti di là da ciò che i nostri occhi finiti possono vedere, ciò che ci lega è immutabile, abbiamo aspettato questo momento per tanto tempo che il tuo cuore si è inaridito, devastato.”
” Scontiamo così duramente la nostra colpa che gli Dei ci concedono sempre un ritorno per la forza del nostro Amore, apri la tua mente al ricordo mio Signore. ” E’ giunto il tempo in cui le nostre braccia si stringeranno ancora, i nostri corpi abbandoneranno i simulacri dei sogni ed ancora ci ameremo con quella forza che mai ci abbandonò”.
” Chi sei dunque strega o creatura che parli con voce di una Dea?
Tu, che assumendo le sembianze di un sogno, scruti con il tuo sguardo penetrante l’animo di un guerriero e cerchi di ottenebrarne la mente con i tuoi sortilegi?”
I suoi occhi lampeggiarono di collera e di stupore.
La bella fronte di lei si corrucciò, girò il volto verso la pianura e il suo sguardo parve perdersi lontano
” Non rammenti più dunque…Tanto il tuo animo regredì forzato dagli eventi. Tanto, esercitando la sua nefasta azione, la possente arroganza dell’essere ha così a lungo represso l’imperitura forza dell’Amor Sacro?”
Nel tono di lei la malinconia della pioggia d’autunno smorzò la tensione. Tutto si ricoprì come di una nebbia sottile, il silenzio accompagnò il naturale boato del ricordo.
Ciò che era stata la sua anima, la sua stessa essenza, annegò nel consolante piacere del rifugiarsi tra morbide braccia note, nella possente onda del riconoscersi, del perdersi in chi si era perso.
Lui visionò le immagini, le chiare sembianze di un lontano passato, le corrispondenze di un presente equamente simile.
Lontano precipitarono le Ere ed essi videro, furono abbagliati dal tratto severo delle antiche stelle, ma i violenti rimorsi si persero dietro il semplice gesto di una carezza.
– ” Che ne sarà. . . della mia vita?” – Lei gridò -. ” Cosa del mio Mondo Bianco? Dell’isola di cristallo dai dolci fiori e dalle foche che cantano? – Che n’è stato di me? Del mio tradimento, della mia ribellione, del mio cuore a te, mio nemico? – La sventura mi perseguiterà. . .in nome di un amore che mille volte non avrebbe giustificato il mio tradimento.”
– Ma la sua voce al vento della realtà del momento era ben poca cosa, loro sapevano la Verità.. che reggeva le loro attuali esistenze.
Lei capì che lui l’avrebbe sempre riamata, che il suo avvolgerla nel suo stesso corpo l’avrebbe redenta dalla sua colpa, le spade sguainate fra loro non li avrebbero più feriti almeno per il tempo loro concesso.
Nella certezza balenò a tratti l’illusione, ma il respiro di lui era più forte, il sorriso più sincero e lo sguardo più profondo della stessa lotta che li attendeva.
Lo scherno sottile della ragnatela della vita intanto tesseva la sua tela, e laddove la sconfitta assunse le esaltanti sembianze della vittoria dovettero celarsi, rendersi simili ai troppo uguali. In quel sogno lei crebbe alla nuova alba, piccolo fiore sbocciato fra le mani dell’altra metà. . . del suo Uno.
Nell’infinito corse lungo gli argini dei sentimenti nuovi, della nuova Età e nel suo cuore in nome dell’antico amore abbracciò nuovi re e nuovi Dei.
Allora volò lontano, lontano dalla magica protettiva ombra della sua quercia, lontano da Balmoral per mai più ritornare, anche se strazianti i canti echeggiavano nella sua memoria, lei si accorse che il fuoco del loro amore mai si era spento, semplicemente, con naturalezza, lesse nel suo cuore, con estasi ascoltò il magico suono dell’armonia che esisteva ancora, e quegli anni remoti vissuti lontano con la sofferenza del distacco furono di getto cancellati.
Lui entrò in lei con la certezza della sua potenza.
Entrò a combattere il drago albergato nelle più intime pieghe della reminiscenza, si accampò come un conquistatore nei prati, che mai più, in quell’esistenza, avrebbero visto un fiore della loro terra, poveri prati senza più destino.
Lui li curò, alitò su di loro, li seminò con la sua stessa essenza, con l’onore della sua scelta, di là della legge, di là della vita stessa.
Ma arrivò il sogno della vita, e nulla può fermare la fonte che sgorga, arrivò il sogno e sconfisse la dolce realtà. . .Dissolto l’oblio ben presto si fece luce al ritorno.
Essi li braccarono, sonnolenti esseri che reggono il maglio dell’illusione.
Ella come giusto che fosse, ancora più forte sentì lo schiacciante peso del suo amore, sentì i passi dei guardiani del Tempo, dei reggenti del Magico Velo, avvertì i loro sguardi scrutare nel suo ventre.
E allora scelse come sempre, ciclica condanna, di salvare il suo Signore.
Si allontanò con passi leggeri calpestando il suo cuore d’Eroe, asciugando le sue lacrime con il sottile velo, si allontanò al chiarore della luna furtivamente, portando dentro di sé il segreto della sua sofferenza, il frutto del loro amore che mai avrebbe visto la luce.
Lo strapparono con potenti artigli dal suo petto.
Un nuovo Re non sarebbe ancora nato a dissolvere la paura nel cuore degli Uomini, a strappare la cortina del Ricordo.
Scelse il suo Destino andò incontro alla sentenza, per recuperare l’eternità del suo amore, per recuperare le speranze di un ritorno.
Si liquefece come acqua i cui spruzzi si nebulizzano alla brezza.
Si narra di una fonte d’acqua chiara a Balmoral che sgorga vicino ad un’alta quercia.
Quell’acqua è sempre limpida e non s’increspa mai.
Si dice vi vadano le donne innamorate di un sentimento puro ma irraggiungibile.
Si narra pure che lo stesso Arthos consultasse quella fonte e il suo Genio.
Se mai vi capitasse di specchiarvi in quella fonte, forse v’accadrà. . . di vedere riflesso un volto dolcissimo e triste, ma sarà. . . ormai solo il riverbero del sole sull’acqua, e se mai vi capitasse di riposare all’ombra della gran quercia forse ascolterete una musica fatata che accompagna il canto soave di una bambina che chiede di tornare dal suo Amore, ma sarà. . . ormai solo il frutto della vostra fantasia, lo stormire del vento sulle fronde, perché la dolce bambina si è ricongiunta al suo eterno e Sacro Amore e ancora lo salverà da se stesso, fino a che il suo orizzonte sarà libero, fino a che squarciato l’ultimo brandello, le loro anime si fonderanno partecipi di quella sostanza di cui sono fatte.
Così cantano i Bardi.