È il senso dell’equilibrio il primo elemento che salta agli occhi guardando distrattamente il dipinto di Nicolas de Losques intitolato Les rudiments de la Philosophie (Parigi 1665).

Poi a uno sguardo più attento l’opera ci incuriosisce e ci costringe a considerare i vari elementi, il loro singolare posizionamento; infine l’intuito, veloce come una saetta, esplode luminoso in un “wow!”, luce che sprizza dagli occhi, per essere riusciti a “vedere” ciò che l’opera nasconde: l’ALBERO della VITA!!!

Secondo Dion Fortune “esso (l’Albero) è un glifo, vale a dire un simbolo composito, che mira a rappresentare il cosmo nella sua interezza e l’anima dell’uomo in correlazione con esso”.

Basta guardare i due disegni per renderci conto che Ermete occupa lo stesso posto dell’ottava Sephirah HOD (la Razionalitá, la Mente, la Gloria) mentre Afrodite occupa il posto della settima Sephirah NETZACH (le Emozioni, l’ Anima, la Vittoria).

Osservando un pò più attentamente il glifo dell’Albero notiamo subito che Hod è una Sephirah di potenza femminile (che nel dipinto è espressa dall’acqua raccolta nella conchiglia, che rappresenta anche il seme di Coppe del mazzo dei Tarocchi assegnato all’ elemento Acqua) con attributi maschili (nelle vesti di Ermete); Netzach, al contrario, è una Sephirah di Potenza maschile (rappresentato dal tetraedro, simbolo del fuoco, uno dei cinque poligoni di Platone e dai Bastoni) con attributi femminili (nelle vesti di Afrodite).

Hod infatti poggia sul Pilastro della Severità al quale è associato la lettera ebraica Mem, simbolo dell’ Acqua, mentre Netzach poggia sul Pilastro della Misericordia ed è associato alla lettera Shin, simbolo del Fuoco.

Più che di maschile e femminile sarebbe appropriato parlare, trattandosi di energie, di Attivo e Passivo, di Yin e Yang. Questo significa che le due polarità per risultare in perfetta Armonia ed Equilibrio non solo devono trasmutare le loro qualità da un piano inferiore ad uno superiore (l’arida razionalità di Hod deve diventare intelligenza, saggezza; gli istinti di Netzach in Amore, scorgendo la Divinità in tutte le forme del creato. Come San Francesco mi verrebbe da dire), ma nel Solve et Coagula (guardare la posizione delle braccia) le qualità mancanti devono essere necessariamente integrate: il mito di Ermafrodito.

Anima e Mente, purificati, sono posti uno di fronte all’altro come su un asse orizzontale perfettamente in equilibrio: se riescono a mantenere questo equilibrio possono sperare nell’ascesa dell’asse verticale e incontrarsi in Tiphareth (la Bellezza, l’Armonia, il Cuore), l’ Athanor del dipinto, la sesta Sephirah, il Sole intorno al quale tutto gira (tranne Kether, Chokmah e Malkuth) il centro vitale dell’Albero, il suo Cuore. E qui alla parola “Cuore” un’associazione rapida : “Ama il Signore Dio tuo ( il Dio interiore) con tutto il tuo Cuore, con tutta la tua Anima, con tutta la tua Mente”.

Tiphareth si trova sul Pilastro Centrale chiamato della Mitezza o Equilibrio, è associato alla lettera Aleph e all’elemento dell’Aria.

La sua immagine magica è: un bambino (visto da Kether. Afferma Dion Fortune che “tutto quanto la mente umana può conoscere di Kether è il suo riflesso su Tiphareth, il centro-Cristo, la Sfera del Figlio”. “Quando Filippo disse a nostro Signore: “Mostraci il Padre”, Gesù rispose: “Chi ha visto Me ha visto il Padre”); un re maestoso (visto da Malkuth) e un dio sacrificato.

Tiphareth è considerato come il punto di trasmutazione tra l’Io inferiore della “Personalità” (Malkuth, Yesod, Hod e Netzach) e l’Io Superiore della “Individualità” (Chesed, Geburah, Binah, Chokmah). Essa corrisponde alla fase di Rubedo (in Alchimia l’ultima fase dopo la Nigredo e la Albedo) in cui gli opposti si ricongiungono (Sole e Luna) dando vita all’androgino o al rebis o al matrimonio alchemico (anche qui un’associazione rapida, non so se esatta, alle Nozze di Canaa in cui l’acqua viene trasformata in vino).

Per spiegare meglio questa Sephirah e l’ultima parte del dipinto (Athanor, Luna, Sole) mi avvarrò delle parole di Mario Krejis che in modo semplice spiegano le due nature di Tiphareth (il bambino e il re maestoso. Il dio sacrificato nel dipinto non é preso in considerazione).

“Dicevano gli antichi alchimisti che occorre trasformare i Metalli Vili (Piombo, Stagno, Rame) in Argento (Luna) e Oro (Sole).


L’oro è il più puro e prezioso dei metalli. Nell’uomo è l’Intelligenza illuminata dai raggi del Dio Individuale. Invece i Metalli Vili rappresentano gli aspetti mortali della personalità. L’Argento, a sua volta, è l’elemento di transizione, l’anima dell’uomo che ha completato la sua strada ed è pronto per la sua trasformazione finale.

Ma per produrre l’Oro alchemico, occorre disporre di almeno un grano del prezioso metallo. Così, quando la Pietra grossolana dell’iniziato sarà posta nell’ Athanor, a spurgare veleno, quel piccolo granello di Luce Aurea catalizzerà il prodigio. Il che equivale ad affermare che solo chi, per suo retaggio storico, contiene un Atomo divino, potrà evolvere dalla condizione di uomo comune a quella di semi-dio… Non si entra nel Mondo Divino senza possedere il Seme dell’Oro Alchemico. Esso si trova nell’anima dell’uomo… La fiamma dell’amore spirituale è la ricerca che ogni Cercatore di Tesori (Dov’è il tuo Tesoro, lá sarà anche il tuo cuore – Mt 6,19) dovrà compiere in se stesso…

Quindi riassumendo: per trasformare l’iniziato in un uomo superiore, per rendere consistente la sua anima, trasformandola in un Ente, cioè in una realtá indivisibile e soprattutto intelligente, di una intelligenza pura e potente, è necessario aprire il cuore dell’iniziato… ed estrarre l’Oro Spirituale: il vero amore.

A tal punto servirà il combustibile per accendere il fuoco. E poiché il Fuoco Sacro scioglie e coagula nello stesso tempo, saranno disciolte le impuritá e saranno coagulate tutte le virtù di quell’essere.

Il prodotto finito sarà l’uomo nuovo, l’Adam Kadmon cabalistico (il re maestoso) restituito al suo primitivo splendore.
In parole semplici: la Fiamma dell’Arte frammenterà l’inconscio dell’iniziato, facendo emergere le sue qualità essenziali (metalliche): quelle recenti (legate all’incarnazione) e quelle più antiche (provenienti da altre vite). Il primo che si offrirà spontaneamente all’olocausto igneo sarà ovviamente l’Uomo Storico, che giace (o meglio langue) nel mondo incosciente, confuse dalle nuvolaglie saturniane (come direbbe il Kremmerz), cioé dall’atmosfera eterizzata e impura del corpo.

La difficoltà dell’Arte Alchemica non consiste tanto nel processo trasmutativo: esso avviene spontaneamente e si ottiene assecondando la Natura. Piuttosto il problema è la gestione del Fuoco Alchemico, che l’iniziato accende all’atto della sua iniziazione e che – il piú delle volte – incautamente spegne a causa della sua pigrizia e della sua lussuria…

Gestire i Fuochi è la parte più difficile dell’Alchimia.”

Ma riguardando ancora il dipinto, la nostra attenzione viene rapita da quelle colonne di vapore acqueo che si innalzano dalla linea dell’orizzonte, dalla linea che separa il mare dal cielo, “le acque inferiori dalle acque superiori”, e squarciate dall’alto verso il basso e nel mezzo, trionfante, il Sole.

Parokhet! Il Velo del Tempio, lo stesso Velo che si squarciò alla morte di Cristo, come riportano i Vangeli sinottici: “Il velo del tempio si squarciò in due, dall’alto in basso” (Mc 15,38).

Parokhet è uno dei tre veli che divide orizzontalmente l’ Albero della Vita: il primo è quello che separa Malkuth dal resto dell’Albero; il secondo è Parokhet che separa il mondo psichico (Yesod, Hod, Netzach) dal mondo mistico (Tiphareth, Ghevurah, Chesed); il terzo attraversa Daath, la Conoscenza, la Sephirath Invisibile, che divide il mondo mistico dal mondo metafisico (Binah, Chokmah, Kether).

Dice Dion Fortune che “dietro Tiphareth, attraversante l’Albero, è tirato Paroketh, il Velo del Tempio, l’analogo, su un piano inferiore, dell’Abisso che separa i Tre Superni dal resto dell’Albero. Come l’Abisso, il Velo marca un baratro nella consapevolezza… Tiphareth è la sfera più elevata su cui può salire la normale consapevolezza umana”.

Secondo Fortune i livelli di “consapevolezza umana” sono disposti lungo il Pilastro centrale: “Malkuth è consapevolezza sensoriale; Yesod è psichismo astrale; Tiphareth è consapevolezza illuminata, l’aspetto più elevato della personalità in cui si è agglomerata l’individualità; questa è la consapevolezza dell’io superiore portato nella personalità. È un barlume di consapevolezza superiore portato da dietro il velo Paroketh. Questa è la ragione per cui i Messia e i Salvatori del mondo vengono assegnati a Tiphareth nel simbolismo dell’Albero, in quanto essi sono stati i Portatori di Luce all’Umanità; e, come debbono fare tutti i portatori di fuoco dal cielo, essi sono morti di una morte sacrificale per la salvezza del genere umano (la terza immagine sacra di Tipharetrh: il dio sacrificato). È anche qui che noi moriamo nell’io inferiore allo scopo di poter sorgere nell’io superiore”.

In conclusione, il dipinto, pur essendo stato eseguito nel 1665, ci narra una storia eterna. I suoi personaggi ci raccontano di un Albero misterioso, i cui trentadue Rami rappresentano l’insieme delle Forme e delle Forze che equilibrandosi tra di loro hanno dato vita all’ Universo. Egli continua a espandersi e a contrarsi con l’Universo, le sue leggi regolano la Natura, vive dentro di noi e con noi continua a evolversi.

Scoprire le sue leggi e il modo di applicarle è Scienza, nel senso più completo del termine. Con lui possiamo conoscere la nostra vera natura, le nostre potenzialità latenti, il senso della nostra vita. Nel momento in cui riusciamo ad innalzarci al di sopra dei nostri istinti e della nostra arida razionalità, a cosa dobbiamo tendere se non alla piena realizzazione della nostra natura, umana e divina.

“Considerate la vostra semenza”, ci ricorda Dante, “fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”.

La strada è aperta, il Velo squarciato. Dobbiamo solo incamminarci lungo i Sentieri della Vita, con Fede incrollabile.

E se la Perseveranza e la Volontà, insieme al coraggio di Osare saranno i nostri compagni di viaggio riusciremo nell’impresa ardita : l’Adam Kadmon.

Romina C. Ancora
California – Maryland (USA), 31/01/2018


FONTI:

  • Dialoghi sull’Ermetismo – Mario Krejis – Ed. Helios, Bari 1996
  • La cabala mistica – Dion Fortune – Ed. Astrolabio , Roma 1973
  • Divina Commedia – Inferno vv. 118-120 – Dante, 1300 circa

NB: le parole tra parentesi e non in corsivo inserite nel testo di M. Krejis – che è stato riportato in corsivo – sono mie, quindi suscettibili di errore.

Sono mie anche le parole non in corsivo inserite nel testo in corsivo di Fortune