I

Quando la fatalità ci colpisce nei nostri affetti più cari, sentiamo il bisogno di dare un significato alla nostra sofferenza, spiegandola con motivazioni apparentemente plausibili.

Impreparati ad affrontare il dolore, ci appelliamo allora alla ragione, mentre il pentimento e il senso di colpa ci aiutano a spiegare quel sentimento angosciante dell’anima, che resta attonita dinanzi all’assurdo mistero della morte.

La ragione di una povera madre ben conosce le cause della fine prematura di suo figlio. Ma la morte non comporta spiegazioni comprensibili.

Tuttavia se non esistesse la morte, saremmo destinati a una sofferenza ancora maggiore: una vita sempre uguale, senza possibilità di rigenerarci completamente nella rinascita e in una nuova esistenza.

Nulla si distrugge. La materia si rigenera continuamente in nuove forme. Però l’essere umano ha bisogno di stabilità. E immagina che l’anima di un fanciullo, morto prematuramente, riposerà in pace nel Paradiso cristiano, ben accolto per la sua purezza e per i suoi sogni appena sbocciati, non ancora insozzati dal malefico escremento del peccato.

Quest’insulsa spiegazione può forse soddisfare il senso comune, ma non consola affatto la madre di un bimbo sfortunato, assorbito nell’immensità dell’Invisibile, e destinato a stemperarsi nelle mille essenze che formano il seme dell’anima.

Non é facile accettare l’idea che una persona cara si reincarni in un altro corpo. Si resta affranti nella sofferenza, interrogandosi amaramente sul proprio destino. Nessuno saprebbe consolare una simile angoscia.

A volte la sofferenza deriva dall’incapacità della propria anima di stabilizzarsi in un sereno confronto con sé stessa. Spesso abbiamo bisogno di soffrire. Infatti l’interiorità dell’uomo cresce mille volte di più nella sofferenza, che nell’apparente stabilità di una vita serena.

Ci illudiamo di trovare l’equilibrio nell’esperienza, credendo che questa ci renda stabili e ignorando, al contrario, che il nostro equilibrio interiore è indipendente dalle forme cangianti della realtà.

Ogni madre ben sa che il suo desiderio di allevare una prole sana e forte, dovrà scontrarsi con le mille difficoltà della vita. Ella s’illude che sia nell’esperienza che debba compiersi lo sviluppo e la maturazione dei suoi figli, destinati all’infelicità o a un’esistenza serena, ma mai fatalmente a morire.

Il bisogno di soffrire rappresenta il meccanismo che l’anima utilizza per modificare l’equilibrio inconscio dell’essere vivente. Infatti, nel dolore di un evento terrificante, come la morte di un congiunto, il costrutto mentale della persona si destabilizza.

Al contrario in quell’esperienza dolorosa l’anima si evolve, equilibrandosi nell’esercizio, sia pure involontario, di un sentimento superiore. Sarà infatti proprio la sofferenza a smantellare la personalità, costringendo l’essere umano a stabilire un rapporto più diretto con la sua anima (Uomo Storico).

Il dolore è il mezzo di ascesi più sicuro e rapido. Altrimenti l’anima sarà costretta ad assorbire le forme più o meno squilibrate dell’esperienza: immobile, fissa nella manifestazione somatica e dolorosamente coinvolta nella tormentata esperienza di una prigionia senza fine.

Capisco il dolore della lettrice e ne comprendo le paure. Non è facile riallacciare i nodi della propria vita, dopo un’esperienza così traumatica. È più semplice nutrire l’illusione dei propri sensi di colpa, piuttosto che soffermarsi ad analizzare i cambiamenti interiori prodotti dall’esperienza del dolore.

L’idea di una sopravvivenza dopo la morte non é facile da accettare, se non si comprende che l’Uomo Storico genera solo degli impulsi incoscienti, intelligibili con la ragione.

Tuttavia, paradossalmente, se non vi fossero gli ostacoli della vita, nulla sarebbe noto all’essere umano delle complesse dinamiche della sua anima. La vita rappresenta dunque la resistenza che si oppone all’esperienza solo inconscia, e generalmente passiva, dell’anima.

 

Nel processo di maturazione psicologica, durante la pubertà, l’anima (nell’accezione di Uomo Storico), stanca di essere sepolta nell’inconscio, dà origine a dinamiche psichiche che sono campo d’azione della moderna Psicologia, nella presunzione che ogni manifestazione inconscia possa o debba essere decifrata.

Si tratta però di un’illusione, cioè dell’idea che l’anima sia un semplice doppione dell’essere vivente. Tuttavia l’esperienza farà esplodere ben presto le contraddizioni tra l’influenza inconscia dell’Uomo Storico e l’interpretazione in chiave psicologica della vita, inserita in un determinato contesto familiare e sociale.

Senza la sofferenza prodotta da tali conflitti inconsci, cioè quella continua e frastornante inquietudine, che permea la vita dei più attenti osservatori di sé stessi, l’anima non si risveglierebbe, restando incapsulata in un’esistenza larvale e inutile dal punto di vista della vera evoluzione.

Il più grande bisogno dell’uomo sembra essere l’affrancamento dal dolore e dall’indigenza. Ma la sua anima comincerà ben presto a recalcitrare.

Non ci è dato soffrire, nel corso dell’esperienza?… Allora la sofferenza sarà imposta a noi inconsciamente, cioè attraverso gli squilibri profondi e involontari che la vita farà in modo di propinarci, fino a condurci lentamente a morire in noi stessi.

La morte fisica, principio di vita nova, è l’Alchimia per eccellenza, si soleva affermare nell’Ermetismo antico. Analogamente la morte interiore, frutto della sofferenza e dell’ascesi spirituale, è il modo più efficace per conoscere sé stessi. Allora l’esistenza terrena diviene un potente incentivo di vita superiore.

 

II

 

È strano come negli ultimi secoli si sia verificato un pauroso incremento del disagio psicologico, nell’ipotesi che sia sempre e solo il disordine mentale la causa delle afflizioni sociali. L’uomo dell’antichità aveva ben altro a cui pensare, che preoccuparsi delle sue alienazioni.

Piuttosto egli cercava di sopravvivere, temendo che l’animale lo sovrastasse e tentando di vincere la dura lotta contro le spietate forze naturali. La sua anima si temprava così nelle avversità, frutto dell’inesorabile lotta dell’uomo primitivo per la sopravvivenza, assorbendone gli istinti di vita e sperimentandone le mutevoli, eppur semplici, attitudini psichiche.

 

Diversamente, non nella lotta per sopravvivere si matura l’uomo del ventunesimo secolo, ma nei sordidi conflitti sociali e nell’insinuante percorso inconscio, che sviluppa forse l’intelligenza dell’uomo, ma a spese dei suoi impulsi più genuini e naturali.

La legge evolutiva è però sempre la stessa: senza la continua e dolorosa resistenza offerta dall’esperienza, non vi è alcuna possibilità di realizzare un’autentica evoluzione interiore.

Se è vero che la mente dell’essere umano si è evoluta nel tempo, meno mutevole si mostra il destino della sua interiorità, nel suo continuo tentativo di salificarsi (cioè di concretarsi) nel corpo fisico, divenendo alla fine cosciente di sé stessa.

Nel concetto di umanità, in termini filosofici, dev’essere inclusa l’idea dell’autocoscienza di un Organismo collettivo, generato non per semplice aggregazione sociale, ma per confluenza societaria di Entità Noumeniche (spirituali) divenute consapevoli dell’Essere eterno, il divino Androgine che contiene in sé l’Uno, il vero Dio della Materia.

Mi rendo conto che pochi comprenderanno queste parole, che contengono tuttavia molti semi di verità. Prego il lettore di aprire la mente e non cercare nessuna spiegazione razionale, sino al momento in cui la sua conoscenza si sarà accresciuta in una maggiore consapevolezza di se stesso.

Se dunque si deve evolvere nella sofferenza, è implicita l’idea di un’evoluzione sociale intesa come una forza destabilizzante, che si ripercuote negativamente sull’uomo, producendo le deflagrazioni sociali ed etiche che caratterizzano i grandi rivolgimenti storici che hanno mutato il destino dell’umanità.

Si spiega così che i momenti di crisi collettiva sono paradossalmente, da tal punto di vista, stati di autocoscienza dell’Ente Collettivo, che procedono di pari passo all’industria bellica e alle forme di genocidio tanto deprecabili per ogni coscienza civile.

Eppure é nella macerazione delle forme dell’esperienza collettiva, che si preparano i frutti dell’avvenire: mutazioni societarie, frutto di rivolgimenti naturali, che il Vico cercò di inquadrare nelle dinamiche della storia e che, lungi dall’essere frutto dell’accidentalità, costituiscono la parte esperibile di un’intensa tensione energetica polluente nell’Anima del Mondo.

Tale tensione si manifesta massimamente nelle rivoluzioni sociali, marcatamente disumane e crudeli, ma necessarie, perché l’esperienza delle masse si rigeneri in un’accettazione libertaria delle forze occulte dell’Anima Collettiva, caratterizzanti il percorso terreno dei Numi proiettati nella materia. Com’è nell’umanità, così avviene nel singolo essere umano.

Preludi di sofferenza e d’intensa crisi emotiva precedono l’instaurarsi degli equilibri del saggio. E dolori senza risparmio sono riservati all’uomo, quando il sentimento dell’anima, cioè l’astrazione, perfetta animazione dell’Uomo Storico, incontra seri ostacoli che ne impediscono la piena manifestazione.

Perché allora soffrire e non morire istantaneamente? Se lo scopo di tutto é realizzare l’unità dell’anima con la coscienza, perché lasciarci macerare nel dolore? Non sarebbe più semplice fare un salto nel vuoto, accettando la morte con la consapevolezza che nulla finisce e che ogni conto in sospeso si pagherà in un’esistenza futura?

La risposta non può essere semplice. Si potrebbe evitare di soffrire, se l’uomo avesse il potere di passare indifferentemente da un’esistenza all’altra, trovando il modo di realizzare il suo compito più importante: ascendere. Si spiegherebbero così le morti premature e apparentemente inspiegabili.

Una volta, in un Congresso di Parapsicologia dove dissertavo sull’anima, in simpatico contraddittorio con un dotto teologo, una giovane mamma chiese al prelato: “Se l’uomo viene giudicato per le sue azioni, come lei afferma, che colpa può aver commesso il mio povero figlioletto, morto subito dopo la nascita? Nell’ipotesi di un’esistenza unica, come si spiegano le morti precoci o precocissime?…

“È difficile, intervenne il teologo, penetrare negli imperscrutabili disegni della Provvidenza! La Chiesa ammette che le anime immature passino nell’incubatrice siderale che chiamano Limbo, dal quale volerebbero poi direttamente in Paradiso!…

La signora tacque, poco convinta di quella spiegazione alla Flammarion ma io, cogliendo la parte inespressa della domanda, chiarii che la teoria reincarnativa poteva meglio aiutare quella povera madre a rassegnarsi in una visione senz’altro più serena e credibile della vita oltre la vita.

Mentre parlavo, riflettevo a come fosse mutata la mentalità dell’uomo moderno rispetto a pochi decenni prima, quando le mie parole sarebbero state accolte da diffidenza e io stesso sarei stato additato come un profanatore delle verità della fede.

La Reincarnazione costituisce l’espressione più autentica della Dottrina Ermetica, caratterizzata dalla credenza nell’immortalità dell’uomo in una serie successiva di vite, durante le quali l’anima, essenza partenogenetica dei corpi, progredisce fatalmente in un suo progressivo adattamento all’intelligenza animale, così da modificarla in mutazioni societarie che producono la spiritualizzazione dell’uomo, ossia il trapasso della matrice organica somato-psichica (corpo) nella sua controparte eterica.

L’esperienza dell’ascesi porta a conoscere l’astrazione come stato estatico, durante il quale la matrice inconscia e l’intelletto/coscienza si astraggono, producendo non solo conoscenza, ma soprattutto intelligenza delle cose, penetrando l’essenza divina che permea la Natura costituendo lo sperma dei solidi-forma.

Se nell’istante dell’astrazione brilla l’astro dell’anima, il pensiero dell’uomo, prodotto dell’attività cerebrale, esperisce il proprio mondo interiore conoscendo l’altro aspetto della materia, cioè il suo lato oscuro, impuro nell’uomo comune, ma libero e forte nell’asceta in corsa verso la sua liberazione.

L’esperienza dell’astrazione rappresenta la prima tappa di un viaggio dentro sé stessi, dopo il quale le meraviglie dell’Invisibile si dischiudono al fortunato viaggiatore che procede intrepido verso la meta, aprendo progressivamente i Canali dell’anima, attraverso cui la coscienza tormentata dell’Iniziato giungerà nel Tempio di Dio.

 

Sono le Cineroth o i Sentieri di Saggezza della Cabala antica, che collegano tra loro i Cancelli dell’Infinito, le 10 Correnti Principali (Sefiroth) che emanano dalla Fonte Unica, che si nasconde nell’oscurità del Non Manifesto.

È nell’identità con i Mondi Manifestativi che la coscienza animale trasmuta sé stessa, conformandosi ai mille aspetti del Dio immanente nell’Universo, il Macroprosopo, l’Eterno dei Giorni che osserva assorto la sua Barba, simbolica rappresentazione dell’Universo materiale.

 

Alla fine dei tempi l’essere terrestre, mutamento dopo mutamento, giungerà a identificarsi col divino. Vita dopo vita, l’anima si aprirà alla conoscenza della Materia, esprimendola sotto forma di stati di coscienza.

La piena consapevolezza di ciascuno stato, sarà la chiave di passo che proietterà l’iniziato verso i sub-mondi che posseggono il medesimo carattere vibratorio e, tappa dopo tappa, egli conoscerà le miriadi di Forze-Creazioni che popolano lo Spazio, e alla fine imparerà, nell’astrazione dell’astrazione, a concepire il molteplice nell’Unità perfetta della sua Monade eterna.

Gradino dopo gradino egli salirà la mitica Scala che ascende al Cielo, verso il Sole-Dio della dimensione materiale, e di lì proseguirà il suo lungo viaggio verso l’Inconoscibile.

Dallo Stato Elementare, l’uomo progredirà verso la condizione di anima vibrante, nei Cieli di Tifereth, e alla fine, passando oltre le oscure porte di Daath, che si aprono nella dimensione dell’anti-materia, giungerà in Kether, dove le Intelligenze Ammonie attendono il coraggioso che avrà la forza di sfidarle, fondendo sé stesso nelle mille atmosfere del Binario, oltre il quale ci si perde nelle tenebre dell’Abisso.

Nella sofferenza vi sono i germi embrionali dell’evoluzione interiore dell’essere umano. Nel doloroso sconforto di una madre, che piange il suo bambino, scorgo le forze dell’evoluzione sopra le Paludi Stigie dell’amore sociale, in attesa di mutare il destino di quell’anima, aprendola alle percezioni nuove e inquietanti della Mente al di sopra della mente.

 

La vita e la morte. Chi può dire se vivremo, tra uno o vent’anni? Ritrovo le profonde contraddizioni di un sentimento ipocrita.

Vivere senza mutare il proprio destino è l’espressione più abietta della viltà umana. Rifiutare l’esperienza delle forze di evoluzione, illudendosi di controllare il proprio dolore con la ragione, é l’offesa più grande a Dio.

Al contrario, indebolire la propria personalità stemperandola nell’oscurità della sofferenza, diviene il mezzo sovrano di apertura della mente all’inconscio (e all’Uomo Storico) e il viatico dell’anima.

 

Non sto certo qui a fare l’apologia del dolore. Spiego però che se una consolazione può essere invocata, nell’abisso della disperazione, si deve trovarla in sentimenti consacrati all’anima, più che alle memorie del passato.

Ritornano i ricordi ogni tanto, a rinverdire il dolore. Eppure l’amore può essere più forte della sofferenza, se viene alimentato nell’interesse dell’evoluzione interiore.

Esperire il sentimento dell’anima e ascoltare il profondo ribollire in sé dell’amore antico, difendendosi dai perturbanti condizionamenti della mente, costituisce l’obiettivo. Per un Ermetista non esistono dolori così grandi che non possano essere sopportati.

La sofferenza é prodromo di vita nuova.

Allora proceda così la vita, nell’interesse dell’anima più che delle aspettative dell’essere umano, frutto di mutamenti accidentali e di influenze inconsapevoli! … Amare il proprio dolore è troppo per la maggior parte di coloro che vestono i panni del senso comune. Ma rigettare la sofferenza, sperando che l’Angelo di Dio dissolva la propria infelicità nei rivoli della Fede, costituisce l’illusione di ogni credente.

Analogamente illudersi che l’ossessione mistica rivolga la sua onda più alta in modo da annullare il dolore, è un’ulteriore prova dell’estrema mutevolezza di ogni ideale umano, quando è calato nell’esperienza di vita. Quando si soffre, si deve trovare l’appiglio di una speranza.

Alcuni eredi dello Spiritismo Umanitario cercano prove nei contatti con l’aldilà ottenuti grazie a medium sensibili, ma il più delle volte senza una chiara intelligenza delle fenomenologie dell’Invisibile.

Si tratta generalmente di individui mentalmente fragili, influenzati da un’idea distorta della vita oltre la vita: un’esistenza sempre uguale a sé stessa, senza mutamenti, in armonia coi migliori sentimenti dell’amico prete.

Essi possono esperire ogni aspetto dei miasmi dell’Astrale, divenendo facile preda di cacciatori invisibili: eppure si attaccano pervicacemente alla speranza, nella certezza di poter comunicare coi cari estinti, nella loro veste più radiosa trovata nell’archivio delle favole cristiane. E poi, nell’assurda aspettativa di un contatto intelligente, si donano all’idiozia di ritenersi dei privilegiati, nell’illusione di un sentimento altruistico verso il povero estinto.

Si abbandonano così a penose “conversazioni” con l’aldilà, sciorinando l’immenso vocabolario delle sciocchezze e chiedendo improbabili responsi, soddisfatti di vivere nel sogno di un passato che non tornerà più.

Ecco un esempio di come i misteriosi messaggi dell’anima possono essere travisati, nell’enormità di una grande sofferenza.

Sono tanti i genitori di creature decedute prematuramente che si dedicano allo Spiritismo, tentando di non soffrire accettando il dolore nell’illusione che il loro sia solo un distacco temporaneo.

Secondo la Dottrina Spiritica l’anima del trapassato sopravvive integra e perfettamente in grado di manifestarsi attraverso un medium, con la conseguenza di allontanare il sopravvissuto da ogni chiara comprensione delle manifestazioni medianiche.

Si suppone che un medium abbia il potere di trasmettere idee e forme psichiche appartenenti al defunto, attraverso l’incorporazione dell’entità e il suo manifestarsi nel circuito energetico dell’intelligenza collettiva rappresentata dalla Catena Medianica.

In tal modo, mentre i partecipanti sono assorti nel silenzio, la soglia psichica del sensibile si spalanca, mentre il suo inconscio, violentemente energizzato nel circolo medianico, produce pochi spasimi intelligenti e talvolta manifestazioni fisiche.

Si devono sempre interpretare cum grano salis le tante fenomenologie medianiche, senza farsi illusioni sulla vera identità dei partecipanti invisibili che si crede abbiano il potere di vibrare nel pensiero del sensibile, manifestando, tramite suo, delle parole di somma saggezza e d’insolita intelligenza.

Secondo l’Ermetismo il potere della Catena Medianica agisce eccitando l’inconscio del medium, così da spingerlo a impersonare le forme psichiche contenute nell’oscurità della sua stessa mente. Così, più sprofonda nello stato di trance, meglio egli riesce a pronunciare parole altisonanti, improbabili profezie e descrizioni di persone viventi o scomparse.

L’Ectoplasma, specie di radiazione fluorescente del corpo, si accumula sulle appendici somatiche del sensibile e così forme psichiche del suo incosciente si addensano in apparizioni fantasmatiche, che sprigionano forti emozioni nei partecipanti, ancor più esasperando la tensione emotiva e contribuendo non poco all’espressione oggettiva della presunta entità.

Si tratta tuttavia, come si é detto, non di altro che delle manifestazioni incoscienti del medium, evocate dall’esplosione emotiva dei componenti la Catena Magnetica.

Le comunicazioni ultraterrene, quando sono autentiche, provengono da un’Intelligenza autonoma, ma sono comunque disturbate dalle proiezioni inconsce del medium. Bisogna sapere infatti che un’Entità disincarnata riflette solo in minima parte la capacità intellettiva di un essere vivente. Quindi la sua sola possibilità di trasmettere un pensiero, consiste nell’uso dell’apparato psichico del sensibile.

Tuttavia, più si esalta l’espressione magnetica della Catena, costringendo viepiù le forme incoscienti del medium a manifestarsi, meno attendibili saranno gli improbabili messaggi d’oltre tomba.

Negli stati di trance, indotti artificialmente con tecniche di mesmerismo, si possono facilmente produrre manifestazioni medianiche, facendo regredire l’intelligenza del sensibile in una passività assoluta, assimilabile ad un piccolo stato di morte.

 

Le prime esperienze, condotte in passato, consistevano nel trasmettere al medium immagini mentali che puntualmente venivano distorte, nel senso che il medium tendeva a decodificare l’immagine proiettata alterandola, sia pure in maniera costante, rispetto all’originale proiettata dagli sperimentatori.

Si trattava in tal caso di distorsioni nell’espressione dell’immagine, che si proiettava troppo in alto nell’apparato neuro-psichico del medium, innescando in lui dei circuiti inconsci che interferivano con la rappresentazione dell’oggetto, alterandone l’esatto profilo.

Se invece s’impedisce il contatto della forma proiettata con l’inconscio, come accade nell’iniziato allenato al monoideismo magico, si possono stabilire contatti con varie Entità ed Esseri disincarnati, sempre che si tratti di Intelligenze e non di proiezioni inconsce dei presenti.

Sarà l’evoluzione interiore a costruire nell’Iniziato un modo nuovo di sensibilità, contribuendo alla medianità soprannaturale, oltre il semplice riflesso incosciente. I dispositivi psichici in grado di trasmettere messaggi dell’invisibile sono comunque disposti nell’inconscio profondo e meglio individualizzato, ossia nell’Uomo Storico.

 

III

 

Con riferimento alla terminologia convenzionale dell’Ermetismo, si debbono riconoscere, nella costituzione dell’essere umano, i quattro Corpi dell’antica Tradizione Solare.

Ripeto questi semplici concetti di fisiologia occulta per i meno esperti. In diverse Tradizioni Esoteriche possono essere utilizzate altre definizioni. Sarà compito del discepolo provetto collegare tra loro le varie conoscenze, così da ottenere un diagramma abbastanza veritiero dell’essere umano.

Il corpo fisico rappresenta il motore dell’anima.

L’esperienza si traduce in molteplici sensazioni che, per il tramite del Sistema Nervoso Neuro-Vegetativo amplificano l’affettività, producendo modificazioni dell’ambiente inconscio: sia alimentando il fuoco dell’entusiasmo, col quale interagisce il Serpente dell’istinto, sia generando forme-pensiero inutili e talvolta dannose per l’equilibrio psicologico.

Esiste una legge occulta che stabilisce che le sensazioni, costruite in impulsi incoscienti, deprimono o esaltano l’attività mentale, costringendo l’uomo a divenire schiavo (o comunque a dipendere fortemente) della sua affettività, intendendo con tale termine il suo mondo inconscio.

La mente, produzione del metabolismo somatico, é dunque fortemente influenzata dall’affettività, concorrendo all’effervescenza inconscia per il tramite delle attività psichiche superiori, capaci di modulare il meccanismo incosciente, spontaneamente o attraverso la volontà.

Si potrebbe dire che il pensiero dell’uomo é potentemente condizionato dall’inconscio, divenendo equilibrato solo nel soggetto che, attraverso un processo di evoluzione psichica, sia riuscito a proteggersi dal fatale Vento di Egg (di Kremmerziana memoria), insinuante e freddo, oppure violento e torrido come il vento del deserto, cioè attraverso la purgazione dalle scorie mercuriali (purificazione mentale).

 

È possibile comprendere il significato della parola conoscenza, dal punto di vista metafisico, interpretandola nel senso di un’appercezione costante, il cui prodotto è l’equilibrio costruito nella dinamica degli opposti.

Sarà nell’insieme delle risultanti degli stati elementari dell’essere umano, che prenderanno origine le mutazioni sostanziali dell’inconscio archetipo, l’Uomo Storico, che si plasma nell’eterno conflitto del Binario Filosofico, divenendo stabile nell’identità perfetta di sé stesso con l’ambiente mentale. Ecco spiegato che cosa deve intendersi (e intendo) per evoluzione solare.

Ante litteram, limitate evoluzioni sono possibili in ogni persona sensibile e non completamente assorbita nella coscienza animale. Con l’esperienza si generano episodiche vibrazioni incoscienti, di natura non sempre equilibrata, che si stabilizzano nell’anima, producendo iniziali mutazioni nell’Individuo Storico.

Si può concludere che l’esperienza si trasforma in proiezioni di tipo energetico, in grado di alterare (o modificare) la reattività dell’anima, che diviene capace di indurre il pensiero dell’animale entro circuiti più affini all’evoluzione inconscia.

Fui Monaco a Gubbio, citava spiritosamente il Kremmerz, facendo riferimento all’esperienza mistica quale prodromo all’esperienza iniziatica e solare. Nel senso che ho spiegato, si comprenderà che una o più vite trascorse nel Misticismo selezioneranno, quasi certamente, forze affettive favorevoli all’esperienza iniziatica, incentivando il sentimento dell’anima, fino a un certo punto precursore dell’amore magico.

Questo stabilisce un secondo concetto essenziale, che dovrà essere tenuto in considerazione nell’accostarsi all’Ermetismo.

Un’educazione isiaca che si rispetti avrà innanzitutto il compito di stabilizzare la mente, orientando l’Iniziato verso idee in grado di favorire le esperienze più consone al tipo di sviluppo interiore che si intende promuovere.

Spontaneamente, o per opera del Maestro, le esperienze di vita saranno così pianificate in modo da condurre a un risultato certo.

Se il discepolo è spinto a procedere da un’interiorità evoluta, capace di risvegliarsi precocemente nella sacralità dell’insegnamento magico, sarà abbastanza semplice ottenere il massimo progresso consentito dal suo equilibrio inconscio. Molte sofferenze potranno così essergli evitate.

Nel caso invece di personalità instabili, le esperienze necessarie a ristabilire un’armonia tra personalità e anima dovranno essere di necessità più intense e dolorose. Insomma, meno predisposto alla Strada Spirituale é il discepolo, più intenso sarà il lavoro che dovrà compiere su sé stesso.

Molti si arrendono facilmente, preferendo concludere la loro esperienza nel pessimismo o nella comoda vita sociale. Altre volte la loro resa è ostacolata dalle Forze Invisibili specie se, al di là di semplici resistenze mentali, l’anima del discepolo ha raggiunto un tal grado di evoluzione che può consentirne la crescita spirituale.

La Strada Spirituale è sempre improntata alla libertà e al rispetto delle prerogative individuali. Talvolta però si dimentica che il primo dovere di un Maestro (non importa se visibile o invisibile) è di aver cura dell’evoluzione del discepolo, più che divenire il trastullo della sua instabile personalità.

La comprensione e il rispetto sono alla base della strada iniziatica. Se inizialmente è la mente che prevale sull’anima, in seguito dovrà essere l’Uomo Storico a diventare il protagonista dell’evoluzione e non potrà mai essere del tutto ignorato.

In altri termini, la persona possiede facoltà decisionale sul suo percorso, essendo libero di intraprendere o meno la strada iniziatica. In seguito però, una volta fatta la scelta, le sue pretese di uomo saranno subordinate ai diritti dell’anima. E più egli si dibatterà nello squilibrio, seguendo i suoi impulsi profani, meglio subordinerà la sua anima alle Forze Invisibili, perché facciano leva su di essa per modificare, nell’amore o nella sofferenza, il suo destino.

La spiegazione che ho appena dato rappresenta la sintesi di ogni patto iniziatico. Quando si contrae un qualsiasi patto, ci si impegna a rispettarlo alle condizioni previste. Se invece si viene meno a un patto, ci si espone a conseguenze non sempre piacevoli.

In campo iniziatico le responsabilità dei contraenti sono persino più gravi che in qualsiasi contratto normale. Il pensiero del discepolo, al momento dell’iniziazione, è interamente focalizzato sul proprio Ego, che egli vorrebbe accrescere con il potere magico, foriero di facoltà non consentite alla generalità degli uomini.

Se però tale condizione non si verifica, o si verifica lentamente, comportando un ritardo nelle aspettative del novizio, può darsi che questi, sottraendosi alle proprie responsabilità, si allontani dal percorso iniziatico prima di aver raggiunto la stabilità e di essere progredito secondo i canoni della propria Tradizione.

Si tratta, in tal caso, di una rottura unilaterale del patto iniziatico, per effetto di un’interpretazione distorta dell’evoluzione spirituale, che induce il discepolo a prendere in considerazione solo aspetti poco significativi ed effimeri della strada spirituale.

Il patto iniziatico stabilisce il diritto del discepolo di allontanarsi dalla Via Ermetica in qualunque momento. La sua libertà di scelta è infatti prioritaria su qualsiasi percorso interiore, sempre che l’integrità del suo pensiero sia tale da impedire, da parte sua, scelte avventate o deleterie.

Se si segue un programma di studi con solerzia e volontà, l’esame potrà non rappresentare un problema. Se al contrario lo studente è svogliato o distratto, non potrà essere certo del risultato.

Allo stesso modo il novizio non potrà progredire che accettando di svilupparsi secondo il programma previsto. Se non sarà costante e diligente, i suoi sforzi saranno vanificati, col pericolo di arrecare gravi danni alla sua unità psichica.

Bisogna dunque aver chiaro il significato del patto di iniziazione, col quale il discepolo si impegna a formarsi secondo il modello stabilito dalla Tradizione cui ha aderito, che avrà cura di lui aiutandolo ad andare avanti nel modo più corretto.

Se il patto é realmente iniziatico (e non solo un contratto), si può essere certi che porterà i suoi frutti, con la fatale necessità di ogni causa che si manifesta nei suoi effetti.

Tornando all’esperienza interiore, la Separazione costituisce il solo mezzo evolutivo attraverso cui l’interiorità si individua nell’identità con sé stessa, allontanando l’individualità umana dall’influenza, talvolta deleteria, della vita comune.

Separare significa fare in modo che l’esperienza divenga un nutrimento indifferente per l’anima, così da energizzare il processo di evoluzione senza mai interferire con le sottili dinamiche dell’Ente, che si forma nell’Iniziato per effetto delle pratiche e delle influenze superiori. Si tratta dunque di un qualcosa di molto difficile da realizzare, ma anche di una necessità imprescindibile.

Il Corpo Saturniano (soma e mente) progredisce nell’esperienza, ossia nelle continue interferenze tra l’incosciente e le forme percepite attraverso i sensi, interagenti con l’ambiente mentale.

Se l’esperienza si traduce in proiezioni interiori cariche dal punto di vista emozionale, non vi sarà alcuna possibilità, senza un processo di Separazione, di percepire i messaggi dell’anima nel turbinio dei propri pensieri e delle proprie emozioni.

Nel senso comune, l’amore solidale prevede che ogni buona intenzione abbia come obiettivo l’interesse generale. Il piacere, il diritto e persino l’esperienza interiore sono ritenuti eccellenti solo se consegnati nell’interesse della società.

La massima del Cristo: “Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te stesso”, è il paradigma di un’etica socialisteggiante, carica di emotività e ideata nell’interesse della convivenza civile.

Tuttavia il meccanismo inconscio dell’altruismo dovrebbe essere ben compreso, al fine di distruggere l’illusione di un Dio caritatevole e buono, disposto sempre e comunque a perdonare qualsiasi mediocre o malvagio che calchi il palcoscenico della vita.

Molte anime, santificate dalla pubblica opinione, sono esposte al culto dei credenti. Tuttavia fede sociale e Cristianità hanno travolto l’Uomo Interiore, rendendolo schiavo e non più protagonista della vita umana.

Nel mio tentativo di rispondere a una madre ferita per la morte di un figlio, sono costretto a ribadire il sogno dell’Ermetismo contro ogni forma di clientelismo morale perpetuato nell’interesse dei preti, e non della vera Ecclesia, costituita dall’insieme delle unità viventi che formano l’Anima Collettiva.

Figlio di un’antica colpa, l’essere umano verrebbe al mondo per espiare il suo peccato di origine, divenendo la terra di nessuno dove le Forze del Bene saranno costrette a scontrarsi con l’astuto Demonio, il temibile avversario dell’interesse sociale.

Bestialità contrarie all’anima!…

Non esistono pastori o pecorelle da condurre al pascolo. Vigono sulla Terra le leggi dell’istinto, protette nell’antichità sotto forma di immagini divine, evocate o esorcizzate col sangue di vittime sacrificali.

Nel tempio di Denderah, in Egitto, un capro espiatorio veniva sacrificato al dio Hor-Behedeti, (il Disco Solare alato, da cui pendono due serpi incoronate con la corona dell’Alto e Basso Egitto: raffigurazione simbolica di Horo), affinché proiettasse anatemi e terribili sofferenze sui nemici.

In Italia fatture e legamenti erano (e sono ancora) utilizzati nell’interesse di sposi abbandonati, al fine di ricongiungerli. E pratiche magiche si chiedevano a fattucchiere, devote al Diavolo, per riacquistare poderi perduti o il bestiame sottratto con l’astuzia.

Si può dire che il diritto della miseria abbia sempre riscosso la sua parte nell’astuto ricorso alle forze del Male, sacrificando esseri innocenti sul rogo della fede, per aver osato difendere lo sposo o la casa dalla cattiveria dei propri simili.

Si é creato nei secoli un dualismo, tra il Male dell’essere sociale e il suo Bene. E purtroppo sono state inutilmente sacrificate molte vite umane, seguendo l’ipocrita ricetta di Madama la Chiesa.

Se vi sono forze del Male, imprigionate nell’essere umano, si trovano certamente nell’inconscio. L’istinto animale è purtroppo una parte integrante dell’essere sociale e basta un nonnulla per evocare in lui le forze del Serpente, che gli antichi sapevano esorcizzare con doni sacrificali e scongiuri magici alle Divinità ctonie e saturniane.

Si dirà che tali pratiche sapevano di superstizione.

Eppure sant’Antonio scacciava i demoni con mezzi pagani, scongiurando Satana di lasciare in pace i suoi fedeli.

Lo stesso San Pio si serviva degli espedienti dell’antichità, per sconfiggere le roboanti forze dell’amore sociale, rese potenti nell’esplosione collerica di un Diavolo mai sconfitto, ma soltanto distolto dalla sua preda, secondo la massima che ricorre nei pensieri degli uomini peggiori: “Sia dato a Cesare quel che é di Cesare!”

E che fa Cesare?… Prende il suo tornaconto nell’essere umano, spodestando l’intelletto da ogni signoria sull’animale, che spalanca le sue fauci insanguinate sul collo del povero fedele, infangato nell’anima di potere satannico!…

 

Ecco che la mia intenzione si chiarisce, nel tentativo di eliminare dalla mente di chi legge l’oppressione atavica del sacrificio inutile, dell’anatema facile, dell’ipocrita sentimento fraterno espresso nell’interesse del potere sociale: il tornaconto del gregge senza pastore, alla ricerca di spodestare i Sacri del passato per ritornare nell’usura di sé stesso.

È bene riflettere su queste parole, distinguendo l’anticlericalismo del saggio dall’insufficiente aspirazione al divino propria di molti intriganti fedeli del Cristo.

Il Dio della Chiesa non é il nostro Dio: egli aleggia sulla società come padrone assoluto dell’ideale umano, sacrificando il senso del divino al desiderio di santità e di potere sulle anime.

Fortunati coloro che, appagati nell’anima, avranno il coraggio di osservare il Cielo e gridare il loro amore per il vero Dio dell’uomo: quel Dio che non ha bisogno di preghiere solo quando ciò serve all’essere umano, perché Egli vive in lui.

Amici miei, é l’esplosione del sentimento che auspico!

Amate voi stessi! Non per edonismo o affettazione, ma per dignità. Siate Figli dell’Uomo, come ci raccontano gli Evangelisti, nel segno della Croce, bagnata col sangue del vostro sacrificio.

Agitatevi, nella ricerca della Luce, e non temete di peccare, se l’esperienza vi insegnerà a temere lo squilibrio e l’insensibilità dell’anima. Bisogna amare, per ricordarsi di sé stessi!

Siate sereni!… Nell’ordine della Legge Divina vige l’attesa di un’umanità senza padroni, contenta di sé stessa, avendo realizzato l’unità di un Ente Collettivo più grande di qualsiasi Chiesa.

E pensate che a suo tempo il Paradiso scenderà sulla Terra, dove forse ci sarete anche voi, vestiti di rosso porpora, divenuti Magistri Vitae.

Mario Krejis